Un tempo le notizie entravano nelle case attraverso la radio, la televisione e i giornali. C’era un inizio e una fine del processo di informazione.
Oggi è un flusso continuo di notizie. Un saltare di qua e di là: cinque righe lette sullo smartphone, poi un paio di video, poi un podcast.
Abbiamo una parcellizzazione dell’informazione, un miscuglio di stimoli e un’attenzione organizzata come un treno: tanti vagoni su cui si salta, dimenticando subito quello attraversato prima, per passare al successivo.
Tutto questo, mentre il panorama fuori dai finestrini ci sfugge, lo vediamo distratti e non ne cogliamo il senso. Eppure un treno ha il suo significato perché ci porta in viaggio dentro un paesaggio, dentro un contesto, dentro una situazione.
Insomma, l’informazione non è più un appuntamento. È un assedio.
Le nostre finestre sul mondo
Ogni mattina il telefono cellulare ci racconta il mondo. Una guerra, un incidente, una dichiarazione di un politico, un video virale.
Quasi mai ci fermiamo a chiederci chi ha deciso che quella storia arrivasse fino a noi, e non un’altra.
Eppure è la domanda giusta. Perché dietro ogni notizia che leggiamo c’è un sistema di potere fatto di redazioni, uffici stampa, algoritmi e, sempre più, Intelligenza Artificiale (IA).
Questo sistema ha una storia: capirla è il primo passo per leggere i media con occhio critico, non per sfiducia gratuita, ma per discernimento.
Per gran parte del Novecento, il giornalismo di massa si è retto su un patto semplice. Le redazioni avevano bisogno di un flusso continuo di storie da pubblicare. Governi, partiti, imprese e industria dello spettacolo avevano bisogno di raggiungere milioni di persone.
Da questo bisogno reciproco è nata una relazione simbiotica tra giornalisti e comunicatori strategici, i professionisti che gestiscono la comunicazione di istituzioni e aziende (Carah, Dobson e Ahn 2025).
Non è una relazione tra pari. I numeri dei giornalisti e degli addetti alle pubbliche relazioni ci dicono tutto: chi comunica per conto del potere è cresciuto, chi dovrebbe controllarlo si è ridotto.
I giornalisti, sempre più precari e sotto pressione di tempo, finiscono per dipendere dai contatti che forniscono materiale già pronto, i cosiddetti contenuti “news ready” (Carah, Dobson e Ahn 2025).
Chi ha già potere, e le risorse per pagare un buon ufficio stampa, ottiene più spazio. Chi non le ha resta fuori dal frame.
La crisi del giornalismo in tre step
Il giornalismo racconta da decenni la propria crisi come un problema di soldi: meno pubblicità, meno posti di lavoro, testate che chiudono.
È vero, ma è solo un pezzo. Sono tre i livelli, secondo gli studiosi dei media, in cui si gioca la fiducia nel giornalismo.
- C’è il livello economico: chi paga per la produzione delle notizie, tra pubblicità in fuga verso le piattaforme, filantropi e nuovi oligarchi che acquistano testate.
- C’è il livello produttivo: come cambiano le pratiche redazionali, i generi, i formati.
- C’è il livello dell’attenzione: come la misurazione continua del pubblico, clic dopo clic, trasforma il giudizio degli editori.
Su questo terzo livello vale la pena fermarsi. Nell’era della carta stampata, un giornalista non sapeva quale articolo la gente avrebbe letto fino in fondo.
Doveva decidere cosa contava, secondo un proprio giudizio professionale.
Oggi ogni redazione ha una dashboard che mostra in tempo reale clic, visualizzazioni, tempo di lettura.
Alcune testate pagano i giornalisti in base al traffico che generano. Il giudizio editoriale, prima protetto dall’ignoranza sui gusti del pubblico, oggi si piega al numero che sale o scende sullo schermo.
Chi apre il cancello? I nuovi gatekeeper
C’è un’immagine utile per capire cosa è successo al controllo dell’informazione: il gatekeeper, il guardiano del cancello. È quello che decide cosa entra e cosa resta fuori dalla notizia.
È un lavoro che ho fatto per dieci anni – dagli inizi del 2006 alle fine del 2015 – al quotidiano L’Arena di Verona. Lavoravo, infatti, nella redazione Interni ed Esteri.
Prima mi hanno affidato la pagina delle cronache nazionali (la “nera”, soprattutto). Poi sono passato alla pagine degli Esteri, dove ho creato anche pagine monografiche sui temi geopolitici.
Alla fine, negli ultimi anni, ho assunto la responsabilità delle pagine di Interni ed Esteri.
Al pomeriggio dopo le 16, mi sedevo alla vecchia scrivania di plastica e metallo. Il computer si avviava lento, con la luce che andava a illuminare lo schermo.
Nel mentre il tutto partiva, scorrevo la mazzetta dei quotidiani di carta del giorno. Leggevo i titoli e osservavo la gerarchia con cui le notizie erano state impaginate.
L’odore di inchiostro saturava le narici. E a fine lettura, un quarto d’ora dopo, dovevo andare a lavarmi le mani.
Poi un sorso d’acqua. Un’occhiata alle email. E via con il lavoro, che consisteva nel leggere il “menù” dell’agenzia Ansa, con l’elenco dei servizi previsti.
Tutto aveva peraltro le sue radici nella dieta mediatica che mi ero fatto quel giorno, sin dai siti di news del primo mattino.
Per un secolo, questo guardiano che ho interpretato pure io (il gatekeeper) aveva un volto umano: il direttore, il caporedattore, il cronista.
Nell’era delle piattaforme, il cancello cambia forma quattro volte. Prima, con i giornali tradizionali, lo gestiva una persona, con il proprio giudizio e i valori della redazione.
Poi lo gestisce un algoritmo, tarato non per informare ma per trattenere l’attenzione. Poi diventa il pubblico stesso, con i like e le condivisioni che insegnano alla macchina cosa diffondere.
Infine il cancello si può comprare: chi ha budget pubblicitario raggiunge le persone, senza passare da nessun giornalista, né da alcun opinion leader.
Il risultato è che oggi il frame di una singola notizia non è più l’unica finestra attraverso cui guardiamo il mondo. Compete, nello stesso flusso, con contenuti di influencer, meme, video di sconosciuti.
La cornice giornalistica, che un tempo organizzava il senso comune, è diventata una voce tra le tante, spesso la più debole.
La domanda che mi faccio, allora, come giornalista e come studioso, è inquietante: prima vi era di certo una qualche parzialità, ma adesso sappiamo quale dieta diamo in pasto al pubblico?
Come giornalisti lo sappiamo a posteriori. Il luogo delle scelte si è spostato dalla redazione alla piattaforma. E noi, giornalisti, siamo in pochi su una nave che sta barcollando e rischia di inabissarsi.
Nuovi oligarchi comandano il pensiero
C’è un salto di livello che vale la pena nominare con chiarezza.
Il potere, oggi, non si esercita più soprattutto dicendo alle persone cosa pensare, e neppure, come diceva il sociologo Bernard Cohen già nel 1963, a cosa pensare.
È questa la teoria dell’agenda setting. I media portavano l’attenzione su determinati temi, notizie, argomenti. E la pubblica opinione – salvo qualche eccezione ogni tanto – trovava quei temi, notizie e agomenti importanti.
Eravamo solo noi giornalisti, insomma, a gestire l’attenzione, il tempo e, se vogliamo, anche la cultura del pubblico.
Il potere oggi invece, con il digitale e l’Intelligenza Artificiale, si esercita costruendo l’infrastruttura tecnica. È l’infrastruttura, la tecnologia delle informazioni che decide come le idee circolano, chi le vede, in quale ordine, con quale ritmo.
I casi di Mark Zuckerberg ed Elon Musk lo mostrano in due modi diversi.
Zuckerberg adatta le regole di Meta al consenso dominante: prima banna Trump da Facebook, poi, all’inizio del secondo mandato, siede in prima fila alla sua inaugurazione. E annuncia la fine del fact-checking sulla piattaforma.
Musk, comprando Twitter nel 2022, licenzia chi si occupava di moderazione e sicurezza. Poi cambia le regole di raccomandazione; e trasforma la composizione stessa di chi popola la piattaforma.
I due oligarchi della tecnologia digitale, si badi bene, non stanno controllando una notizia. Stanno controllando il mezzo attraverso cui tutte le notizie passano.
C’è da aggiungere che da quelle piattaforme non passano solo le notizie che noi ci beviamo. Passa anche la comunicazione con le persone di nostro interesse; oppure a noi care: attraverso messenger, forum, luoghi di aggregazione online.
Dalle piattaforme passa anche la nostra vita economica: le transazioni commerciali, gli acquisti, i movimenti di denaro. E persino le nostre idee politiche e, cosa che più conta, le nostre emozioni.
Cosa possiamo fare, noi che leggiamo
Il compito della media education, in questo scenario, non è insegnare a diffidare di ogni notizia. E a rifuggire le news che troviamo sulle piattaforme.
Il compito come analisti dei media, ma anche come pubblico, è insegnare e imparare a leggere due livelli insieme: il contenuto che ci arriva, e l’infrastruttura che lo ha fatto arrivare fino a noi, scartando tutto il resto.
Ecco alcuni strumenti critici che possiamo mettere in atto, sia con noi stessi, sia con le persone (genitori, figli) che ci sono vicine e che magari sono più fragili nei confronti della comunicazione di massa:
- interrogarsi su chi ha interesse a farci vedere una notizia e non un’altra
- riconoscere il lavoro di comunicazione strategica e gli scopi che stanno dietro una notizia che sembra nata da sola
- abituarsi a un consumo informativo che abbia un inizio e una fine, resistendo al flusso che non si ferma mai, progettato apposta per non farci mai sentire sazi
Possiamo ricorrere alla metafora del cibo.
Una fruizione critica e consapevole dei media sta allo scrolling continuo delle news (sulle piattaforme o in altri ambienti) come il mangiare con lentezza, e salubrità, sta alla dieta del cibo veloce e preconfezionato.
È importante anche la postura e la disposizione con cui ci informiamo, ci fanno notare gli studiosi dei media.
È importante capire il mondo sociale e politico anche dal punto di vista delle persone che non conosciamo, con cui non condividiamo la bolla informativa.
È un’abitudine culturale, non solo tecnologica. E come ogni abitudine, si allena.
Comincia da qui: dalla domanda su chi ha deciso che questa notizia, e non un’altra, arrivasse fino a noi.
Quando ero al giornale, dopo una giornata passata a leggere le notizie diffuse dall’agenzia Ansa – che è un punto di riferimento per noi giornalisti -mi mettevo a guardare le home page dei maggiori siti di informazione. E guardavo l’attacco dei maggiori telegiornali nazionali, con le news in copertina.
Trovavo da un lato divertente, dall’altro lato preoccupante, il modo in cui le stesse notizie che io avevo letto “a freddo” venivano messe in scena.
Già la sigla iniziale dei telegiornali ci predispone al sensazionalismo. Poi fanno il resto la costruzione del notiziario e il lavoro – tra immagini e parlato – di narrazione delle notizie.
Ora tutto questo viene velocizzato e impaginato nel formato delle piattaforme, con noi che scrolliamo e saltiamo di fiore in fiore. Tutto quanto senza il tempo per capire come una notizia si inquadra nel contesto in cui viviamo.
Di fronte alla messa in scena delle news – sui telegiornali, nei giornali tradizionali e nel feed delle piattaforme – è perciò importante rallentare.
Il mio consiglio è di porci – come pubblico – le stesse domande che ci poniamo noi giornalisti quando facciamo i “guardiani del cancello” (gatekeepers), i selezionatori delle informazioni da diffondere.
Le domande sono queste: ma quest”informazione merita davvero la mia attenzione? E se la merita, perché mi danno l’informazione, con quali scopi e in quale contesto? Che cosa mi vogliono far pensare?
Una prima risposta è che la comunicazione sui media ha comunque un intento persuasivo: vuole orientare l’attenzione e il nostro sguardo in una certa direzione.
Basta, allora, guardare alle notizie in modo consapevole, e girare la testa in più direzioni, per scrollarci di dosso ogni sottile manipolazione.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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