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Media e manipolazione. Gli effetti del capitalismo informazionale

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Il capitalismo si è spostato dalle fabbriche all’ineffabile mondo della nuvola digitale, il cloud. Siamo meno liberi, anche se pensiamo di essere lontani dalle catene.

Un tempo le catene erano macchine, routine, orari dettati dal “padrone”. Ora le nostre briglie sono computer, server, giorni eterni e pratiche Seo.

Adesso c’è anche l’Intelligenza Artificiale che amplifica e accelera tutto.

Quando ero in vacanza dal liceo – negli Anni Settanta del caso giudiziario di Lorenzo Bozano e Milena Sutter (Genova, 1971) – andavo a lavorare in fabbrica, in provincia di Verona.

L’azienda produceva accessori per il giardino: dalla rubinetteria ai tubi per l’acqua, alle rose sul prato per irrigare. L’azienda era nata a Genova, proprio dove Milena Sutter, 13 anni, sparisce giovedì 6 maggio 1971, poco dopo le 17.

Partivo in motorino alle 7.30 da casa mia, in Valpolicella, terra di vini, e arrivavo alla fabbrica, a San Martino Buon Albergo, nell’est di Verona, alle 8 in punto.

Alle 12 suonava la sirena della pausa pranzo. Mangiucchiavo un panino e bevevo una bibita che mi ero portato da casa. Riprendevo alle 13 e chiudevo alle 17. Otto ore esatte, in una catena di montaggio dove ingannavo la noia cantando le canzoni di quegli anni.

Adesso, per scrivere l’articolo che stai leggendo, mi alzo alle 6 del mattino. Studio per almeno tre ore. Poi passeggiata tra le viti e gli olivi, a Mezzane di Sotto (parte est della provincia di Verona); e quindi al computer a scrivere.

È cambiato tutto da allora. Non solo la mia vita e il mio lavoro, dato che sono giornalista e insegno a contratto da molti anni all’Università di Verona.

È cambiato il capitalismo – il tipo di economia che condiziona le nostre vite: le fortune e le disgrazie.

Siamo al capitalismo informazionale. L’informational capitalism, per dirla all’americana.

È importante che ci concentriamo e ci riflettiamo su questo capitalismo. Influenza i nostri giorni, i nostri figli, il nostro futuro. E la vita delle persone che ci stanno attorno.

Il capitalismo informazionale

La multinazionale Cisco produce switch e router. Tuttavia possiede solo due dei trenta stabilimenti che li fabbricano.

Vende quasi tutto online. Impiega soprattutto ingegneri, ricercatori, manager, venditori. Non fabbrica quasi nulla. Eppure vende sapere, progetto, informazione.

È l’esempio che la studiosa dei media Eugenia Siapera propone, in un suo testo che dedica al capitalismo informazionale, per spiegare cosa è cambiato rispetto al modello industriale. Ford possedeva le fabbriche. Cisco possiede i flussi.

Il sociologo Manuel Castells ha chiamato questa trasformazione capitalismo informazionale: un’economia che si organizza intorno alla rete e all’informazione, e che impone questa logica a ogni settore, dall’agricoltura alla finanza (Castells, 2000).

Non è un capitalismo diverso dal vecchio capitalismo di capannoni e macchine, che conosciamo. Insegue lo stesso profitto, produce le stesse diseguaglianze tra capitale e lavoro.

Il capitalismo informazionale ha però una caratteristica fondamentale: il modo in cui produce, distribuisce, consuma. E, soprattutto, chi comanda.

La fabbrica si scioglie in rete

Il modello industriale un tempo era compatto: un’azienda, uno stabilimento, una catena di montaggio. Così lavorava l’azienda dove andavo io d’estate, a sudare nel capannone, negli Anni Settanta del Novecento.

Il modello informazionale è disperso. È diffuso. Potremmo definirlo liquido, per usare l’aggettivo caro al sociologo Zygmunt Bauman.

La sociologa Eugenia Siapera lo chiama network enterprise, impresa-rete: un organismo senza confini fissi, che si scompone in nodi autonomi collegati tra loro.

È un capitalismo che stringe alleanze temporanee, che risponde in tempo reale ai gusti del cliente.

È l’impresa-rete, non la piattaforma, il vero antenato di Google, Meta, Amazon. La piattaforma arriva dopo, e porta questa logica un passo più in là.

Anche il lavoro si scompone. Il modello industriale prevedeva un impiego fisso, un luogo fisso, una carriera prevedibile. Il modello informazionale chiede flessibilità: lavoro a termine, telelavoro, collaborazione a progetto.

La flessibilità del lavoro è diventata il mantra dalla fine degli Anni Novanta. Il risultato, almeno in Italia, lo tocchiamo con mano: lavori precari, sottopagati, senza diritti. Una sorta di schiavitù dolce.

Lo rappresenta bene il film francese Tra due mondi, con Juliette Binoche (2021), su cui ho scritto un’analisi.

Il telelavoro ha portato autonomia, come sappiamo. Ha tuttavia portato anche sorveglianza. Durante la pandemia, l’uso di software di monitoraggio dei dipendenti è cresciuto in media del 58% (Migliano e O’Donnell 2022).

Come avviene il controllo? Eccolo: tracciamento dei clic del mouse, fotografie improvvise, schermate rubate al computer di chi lavora da casa.

La promessa era l’autonomia, quella che sono contento di avere conquistato anch’io, lavorando dal mio appartamentino in campagna. Il risultato, spesso, è un ufficio che entra in salotto, senza mai chiudere la porta.

Non a caso, a casa mia ho spesso un pezzo di tavola in legno scuro già apparecchiata per il pranzo (o per la cena). Accanto, c’è il mio computer. Poco più in là il forno e il piano cottura che uso per cucinare i pasti.

Comunicare, non solo produrre

C’è un aspetto di questa trasformazione del capitalismo in informazionale. Riguarda da vicino chi lavora con le parole, le immagini, le relazioni: giornalisti, comunicatori, educatori, formatori.

Il filosofo Maurizio Lazzarato (1996) lo chiama lavoro immateriale: un lavoro che non produce solo oggetti, ma produce anche significati, gusti, identità, comunità.

Chi scrive un articolo, chi costruisce una campagna sui social, chi anima una community non vende soltanto un servizio. Vende relazione. E la relazione, per Lazzarato, diventa la vera materia prima di questo capitalismo.

I filosofi Michael Hardt e Antonio Negri (1999) distinguono, dentro il lavoro immateriale, una componente affettiva: quella che produce benessere, fiducia, senso di appartenenza.

È il lavoro di chi cura una comunità online, di chi anima un profilo, di chi tiene insieme un pubblico. Un po’ come il lavoro di madri e casalinghe, che si sono da sempre prese cura di casa e figli (e marito).

Il capitalismo informazionale estende questa logica a un numero crescente di mestieri.

Se ci penso bene, in effetti, il numero di ore che dedico alla “cura” di chi mi legge è enorme. E non sono ore pagate.

Almeno una volta al giorno, sullo stato di Whatsapp, metto la foto di un titolo – di solito del Corriere della Sera oppure dell’agenzia Ansa – e vi aggiungo un breve commento.

Perché lo faccio? Non certo per promuovermi, dato che mi conoscono. Non certo per fare soldi, dato che è attività gratuita. Lo faccio per aprire gli occhi a chi mi stima e a chi mi vuole bene: lo faccio per evitare loro di farsi infinocchiare dai media.

Dalla crisi alle piattaforme

Il capitalismo informazionale, ricorda la sociologa Siapera, nasce dalla crisi. Quella degli anni Settanta: inflazione, calo dei profitti industriali, rincaro dell’energia.

La risposta fu la deregolamentazione, la privatizzazione, la finanziarizzazione dell’economia. Meno lacci, meno Stato e più soldi agli speculatori che non fanno la fatica di lavorare e quella di fare impresa.

Quella stessa logica, portata alle estreme conseguenze, ha prodotto la crisi finanziaria del 2008: mutui subprime, debiti sovrani, fragilità sistemica.

Dopo il 2008, sono le piattaforme digitali a occupare lo spazio lasciato libero dallo Stato in ritirata.

Google, Meta, Amazon, Uber, Airbnb non vendono più soltanto un prodotto:

  • gestiscono la comunicazione interpersonale

  • filtrano la comunicazione di massa: le notizie su eventi e fatti

  • mediano il commercio con le vendite online

  • regolano interi mercati del lavoro

  • orientano la mobilità urbana

  • condizionano i gusti, le mode, le passioni

  • influenzano persino il nostro umore e il nostro modo di amare

Il loro potere non è solo economico. Hanno un potere infrastrutturale: diventano il passaggio obbligato attraverso cui persone, merci e informazioni si incontrano.

Oltre il capitalismo? Vettori, nuvole, nuovi servi

Alcuni studiosi della società si chiedono se siamo ancora dentro il capitalismo, così come lo abbiamo conosciuto.

La studiosa McKenzie Wark, in Capital is Dead (2019, citato in Siapera), parla di vettorialismo: una classe che non possiede più fabbriche o macchine, ma controlla i vettori, cioè le reti attraverso cui l’informazione circola.

Chi possiede il vettore possiede il passaggio. E chi vuole raggiungere un pubblico, un mercato, una visibilità, deve pagare pedaggio.

L’ha capito bene l’Iran, che ha messo in scacco gli Stati Uniti e il mondo condizionando lo Stretto di Hormuz, in Medio Oriente. E minacciano i luoghi e le tratte da dove passano i cavi per Internet, la telefonia e l’Intelligenza Artificiale.

L’economista Yanis Varoufakis (2023) chiama questa condizione in cui i vettori chiedono il pedaggio con un neologismo: tecnofeudalesimo.

Al centro c’è il cloud capital: le infrastrutture digitali di piattaforme, data center, algoritmi che mediano quasi ogni scambio economico e sociale.

Il profitto lascia il posto alla rendita: pubblicità, commissioni, monetizzazione dell’attività degli utenti.

Chi usa la piattaforma diventa, nelle sue parole, un servo del cloud: fornisce lavoro non pagato che sostiene la ricchezza dei signori digitali.

La sociologa Jodi Dean (2025) parla invece di neofeudalesimo, e individua quattro tratti:

  • una sovranità frammentata, in cui gli Stati diventano vassalli del debito e delle istituzioni sovranazionali;

  • nuovi signori e nuovi servi, cioè proprietari di piattaforme da un lato e lavoratori precari dall’altro;

  • una nuova geografia: una città si arricchisce, un numero crescente di persone viene sfollato, espropriato e privato di una casa, mentre le élite danno vita a nuove forme di segregazione fortificata.;

  • un’ansia diffusa, alimentata da debito, precarietà, timore del collasso ecologico, guerre e carovita, che spesso si scarica in cospirazionismo o capri espiatori.

Non è un caso che queste dinamiche tocchino anche il lavoro comunicativo più quotidiano.

Il controllo algoritmico del lavoro, osservano Rosenblat e Stark (2016), regola l’attività di chi consegna cibo o guida un’auto attraverso una piattaforma, senza contratto né voce in capitolo.

Ogni volta, poi, che scorriamo un contenuto, che mettiamo un like, che commentiamo, generiamo un flusso di dati che rientra nel sistema e ne orienta le scelte future.

È quella che il testo di Carah, Ahn e Dobson (2025) dedicato ai media e alla società, descrive come la visibilità continua dell’audience nell’era delle piattaforme.

È la stessa logica che fa sì che un algoritmo sembri conoscerci meglio di come ci conosciamo noi stessi.

Perché questo riguarda tutti noi

Capire il capitalismo informazionale non è un esercizio da economisti.

È una condizione di lavoro per chi scrive, insegna, comunica, media conflitti.

È una condizione di lavoro per medici, infermieri, ingegneri, avvocati e magistrati. È una condizione per tutti noi, più o meno vassalli di questo sistema del capitalismo informazionale e delle piattaforme.

È allora importante sapere che ogni piattaforma che usiamo per raggiungere un pubblico non è un canale neutro: è un’infrastruttura di proprietà altrui, che impone le sue regole di visibilità, i suoi criteri di accesso, il suo prezzo.

Non è un motivo per rinunciare agli strumenti della comunicazione, i media e l’Intelligenza Artificiale. È un motivo per usarli con discernimento.

È fondamentale sapere chi possiede il vettore. Saperlo ci aiuta a scegliere con più libertà dove investire il nostro tempo, la nostra professionalità, la nostra fiducia e comunicazione.

Conoscere i meccanismi del capitalismo informazionale e della società delle piattaforme aiuta a distinguere, in mezzo al rumore, tra due gruppi.

Il primo gruppo è formato da chi produce valore per noi che siamo il pubblico. Nel secondo gruppo c’è invece chi si limita a estrarre rendita dalla nostra attenzione, dal nostro tempo, dalle nostre idee.

Maurizio F. Corte

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito alcune delle fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.

Il lavoro di studio e analisi è supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Notebook LM, Claude, Gemini, Manus.

  • Denis McQuail, Mark Deuze, Media & Mass Communication Theory, SAGE Publications, London, 2020.

  • Denis McQuail, Journalism and Society, SAGE Publications, London, 2013

  • N. Berning, Narrative Means to Journalistic Ends, VS Research, Wiesbaden, 2011

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  • Nicholas Carah, Amy Dobson, Sungyong Ahn, Media & Society, SAGE Publications, London, 2024.

  • E. Sapiera, Understanding New Media, SAGE Publications, London, 2026

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  • Leighton Evans, Media Studies: Industries, Texts and Audiences, SAGE Publications, London, 2023.

  • Deana A. Rohlinger, Sarah Sobieraj, The Oxford Handbook of Digital Media Sociology, Oxford University Press, Oxford, 2022.

  • Michael Stevenson, Misha Kavka, Doing Media Research, SAGE Publications, Londra, 2023.

  • Stanley J. Baran, Dennis K. Davis, Mass Communication Theory (8th Edition), Oxford University Press, New York, 2020.

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