Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, i gioielli tecnologici di Anthropic lanciati appena tre giorni prima, si spengono di colpo.
Non si tratta di un guasto tecnico, né di un attacco informatico.
È la forza nuda della sovranità statale che irrompe nel giardino dorato della Silicon Valley.
Il governo degli Stati Uniti ha invocato i poteri di sicurezza nazionale e il controllo delle esportazioni.
Il motivo? Impedire l’accesso ai modelli a qualunque cittadino straniero, dentro o fuori i confini americani. Anche ai dipendenti stessi di Anthropic che non possiedono il passaporto statunitense.
La risposta dell’azienda è una resa totale nei fatti, accompagnata da una nota di profondo dissenso politico.
Per garantire il rispetto del decreto, Anthropic sceglie di spegnere l’accesso a livello internazionale per tutti i clienti.
È una decisione radicale che squarcia il velo della neutralità tecnologica; e svela la fragilità delle infrastrutture digitali su cui stiamo costruendo il futuro del lavoro, del diritto e della conoscenza.
Per orientarsi in questo scenario serve superare il rumore della cronaca.
Chi cerca criteri di lettura soliti per comprendere il presente, sa che questo fatto non è un semplice incidente di percorso.
È il punto di innesto in cui le teorie dei media studies si trasformano in realtà geopolitica. È lo scontro aperto tra il potere degli Stati e la pretesa autonomia dei colossi digitali.
Il custode tradito dalle sue prime preghiere
La vicenda assume i contorni di una beffa se si osserva la traiettoria di Anthropic.
Parliamo del laboratorio che ha costruito la propria identità pubblica sul concetto di sicurezza dell’Intelligenza Artificiale, sulla cautela e sul controllo.
Per mesi i vertici della società hanno chiesto interventi pubblici, test governativi e persino la possibilità per lo Stato di bloccare sistemi ritenuti pericolosi.
Lo chiedevano all’interno di un perimetro preciso: regole chiare, procedure trasparenti e riscontri tecnici oggettivi.
Invece il potere politico degli Usa ha risposto con uno strumento antico e aspro: il controllo delle esportazioni per motivi di sicurezza nazionale.
Nessun dibattito, nessuna trasparenza. Solo un ordine esecutivo basato su una vulnerabilità ipotetica, un metodo di sblocco (“jailbreak”) che, a detta di Anthropic, permetteva solo di scovare difetti software già noti.
Sono difetti che altri modelli diffusi, come GPT-5.5 di OpenAI, gestiscono e rivelano ogni giorno senza subire censure.
Questo cortocircuito richiama le intuizioni del sociologo dei media, Denis McQuail, nel suo testo sul rapporto tra giornalismo e società.
McQuail ricorda come la rete Internet sia nata priva di scopi assegnati o regolamentazioni rigide, per poi svilupparsi come un insieme di grandi imprese private orientate al profitto.
Oggi quel potenziale di spazio aperto al cittadino si riduce. I sistemi digitali diventano oggetto di supervisione statale, interferenze e incursioni legali.
Anthropic ha invocato la legge come scudo etico, ma ha trovato la legge intesa come braccio della geopolitica di potenza.
La geopolitica della “Platform Society”
Nel saggio The Platform Society, José van Dijck, Thomas Poell e Martijn de Waal analizzano i meccanismi profondi che governano l’ecosistema delle piattaforme digitali.
Gli autori spiegano che le grandi aziende tecnologiche occidentali non operano nel vuoto, ma sono radicate nel sistema ideologico e politico statunitense.
Il modello neoliberista ha permesso ai cinque giganti della tecnologia – Amazon, Apple, Meta (FB etc.), Alphabet (Google etc.) e Microsoft – di accumulare un valore di mercato superiore al prodotto interno loro di intere nazioni.
Gli amministratori delegati delle cinque Big Tech agiscono come veri leader politici. E come leader politici di livello internazionale, già in volo anche sull’universo, con le missioni spaziali e i satelliti.
La decisione del governo Usa di colpire Fable 5 e Mythos 5 dimostra che questa autonomia ha un limite invalicabile.
Quando il primato tecnologico si intreccia con la sicurezza dello Stato, il governo di Washington non esita a far valere il proprio controllo.
Accadeva, del resto, con la stampa e l’editoria già nelle monarchie assolute del XVIII secolo.
Il Potere Usa tratta il codice software alla stregua di materiale bellico, di armi o di tecnologie aerospaziali sensibili.
Van Dijck e i suoi colleghi ricordano che l’ecosistema delle piattaforme è tutt’altro che neutrale.
Il tentativo di una singola azienda di modificare i mercati o di diffondere i propri servizi si traduce in uno sforzo per spostare l’equilibrio del potere.
Con l’ordine del 12 giugno 2026 da parte del governo Usa, lo Stato riafferma la propria supremazia sulle multinazionali.
L’infrastruttura di connettività globale viene piegata alle esigenze difensive della nazione di origine.
Il risvolto interculturale di questo blocco è enorme.
Vietare l’accesso ai cittadini stranieri, inclusi i lavoratori interni all’azienda, significa tracciare un confine etnico e nazionale dentro il codice.
È la negazione dell’idea stessa di una comunità digitale globale.
Il giornalismo interculturale ci impone di guardare le implicazioni di questa scelta.
Ecco una domanda che merita di essere posta: chi decide quali cittadini sono affidabili e quali rappresentano una minaccia per il solo fatto di essere nati altrove?
La tecnologia, che doveva unire e superare le barriere, diventa uno strumento di separazione e di esclusione.
Mi sembra di essere scaraventato al 1998, quando cominciavo ad analizzare come i media italiani rappresentavano i migranti e i cittadini di origine straniera.
Emerse – nella calda estate del 1998 con gli sbarchi di migranti – l’equazione “straniero uguale criminale uguale pericolo”.
Oggi, la distinzione fatta dal governo Usa – e che Anthropic non poteva applicare sul piano tecnico – va in quella direzione. È la stessa direzione razzista, del resto, che il governo di Trump, uomo di origine tedesca peraltro, applica da mesi.
Dati, cultura e architettura del potere
Per capire perché un modello linguistico avanzato susciti un tale timore da parte di un governo, occorre riprendere le categorie espresse da Nicholas Carah e Sungyong Ahn nel saggio Media & Society.
Gli autori indicano che il potere dei media oggi si fonda su due processi sociali interconnessi: la rappresentazione e l’automazione.
La rappresentazione è la capacità di produrre e distribuire significati, storie e simboli con cui le persone interpretano il mondo.
L’automazione è il processo di raccolta ed elaborazione dei dati per delegare le decisioni alle macchine.
I modelli come Fable 5 e Mythos 5 uniscono questi due aspetti in modo perfetto.
Non si limitano a calcolare dati, ma generano senso, scrivono codice. Assistono la magistratura e la politica e la cultura. Gestiscono flussi di comunicazione e analizzano infrastrutture critiche.
Controllare questi modelli significa controllare la fabbrica contemporanea del significato e della decisione.
Quando il governo Usa ordina lo stop a causa di una presunta falla che consente al modello di correggere difetti di programmazione, sta proteggendo il monopolio di questa capacità di automazione.
Chi possiede il motore algoritmico più raffinato ha un vantaggio strategico immenso nel gestire il potere in società frammentate.
Consentire a cittadini stranieri di accedere a questa risorsa significa, agli occhi del Pentagono o della Casa Bianca, cedere una quota di sovranità algoritmica.
La scelta di Anthropic di obbedire e di disattivare i modelli per tutti, anziché tentare una complessa separazione tecnica degli accessi, svela la natura intrinseca del capitalismo delle piattaforme.
Come notano gli esperti di media studies, le piattaforme sono aziende di ingegneria che traducono la vita sociale in dati.
Di fronte alla minaccia di sanzioni governative o di blocco totale delle licenze operative, la logica del profitto e della sopravvivenza aziendale impone la massima conformità. E lo fa a scapito del servizio offerto a milioni di utenti nel mondo.
Il rischio per cittadini e professionisti
Il blocco dei nuovi modelli di IA di Anthropic offre una lezione severa che scuote le certezze del mondo professionale.
Chi lavora con i dati, con la consulenza legale, con il codice o con la gestione delle informazioni ha scoperto in una notte quanto sia fragile il terreno sotto i piedi.
Abbiamo delegato porzioni consistenti del nostro metodo di lavoro ad architetture private situate oltreoceano.
Se un modello sparisce in pochi minuti per un capriccio geopolitico, il problema investe la continuità stessa delle nostre attività.
Questo è il rischio operativo della dipendenza digitale.
Come comunità di lettori/lettrici e professionisti/e, non possiamo permetterci una fiducia cieca negli strumenti della Silicon Valley.
È necessario sviluppare strategie di autonomia: conservare copie locali dei materiali di valore, implementare logiche di riserva con modelli a codice aperto (“open source”).
Occorre separare in modo netto lo strumento algoritmico dal nostro personale metodo intellettuale.
L’accesso a un’applicazione, per quanto straordinaria, non sostituisce una strategia di lungo termine.
Le infrastrutture che consideravamo stabili e universali si rivelano invece costrutti precari, ostaggi di conflitti profondi tra blocchi di Stati.
Verso una nuova ecologia dei media
L’analisi di questo scontro tra potere politico e impresa dell’IA spinge a riconsiderare l’intero assetto della società dell’informazione.
I media studies ci insegnano che ogni tecnologia porta con sé un’ideologia implicita.
Le piattaforme hanno promosso una narrazione di libertà, efficienza e personalizzazione dei servizi, nascondendo la concentrazione centralizzata del controllo.
Ora che lo Stato rivendica il proprio ruolo di vigilante e guardiano dei confini digitali, la promessa originaria svanisce.
Resta una complessa rete di relazioni, dove noi persone rischiamo di essere la parte lesa, privata di strumenti di lavoro da un momento all’altro senza possibilità di appello.
Per chi lavora e per chiunque rifiuti le risposte semplici, la vicenda di Anthropic indica una direzione chiara.
È giunto il momento di pretendere una discussione pubblica sui valori che devono orientare la tecnologia.
Dobbiamo spostare l’attenzione dalle singole applicazioni all’intero ecosistema multimediale.
Occorre esigere tutele, trasparenza e forme di sovranità digitale che proteggano il bene comune dalla morsa del potere statale e degli interessi societari.
Solo coltivando uno sguardo critico potremo abitare la complessità del nostro tempo senza diventarne prigionieri.
È la lezione, del resto, che ho imparato in oltre 45 anni di giornalismo e in quasi 30 anni di studio dei media.
È fondamentale coltivare il pensiero critico, allenare l’analisi di quanto ci accade attorno e avere come riferimento l’etica del rispetto delle persone, della libertà di ricerca e della libertà di espressione delle idee.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
Restiamo in contatto su LinkedIn. Sul caso giudiziario Sutter-Bozano è consigliato l’ascolto del podcast Il Colpevole Perfetto.
(Nel lavoro di ricerca ed editing del testo, l’autore ha usato i modelli di IA Gemini e Notebook LM)
FONTI BIBLIOGRAFICHE
Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito le fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.
Il lavoro di analisi è stato supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Notebook LM, Claude, Manus.
- Denis McQuail, Mark Deuze, Media & Mass Communication Theory, Sage, London, 2020.
Nicholas Carah, Amy Dobson, Sungyong Ahn, Media & Society, SAGE Publications, Londra, 2024.
Nick Couldry, Andreas Hepp, The Mediated Construction of Reality, Polity Press, Cambridge, 2016.
Leighton Evans, Media Studies: Industries, Texts and Audiences, SAGE Publications, Londra, 2023.
José van Dijck, Thomas Poell, Martijn de Waal, The Platform Society, Oxford University Press, New York, 2018.
Nick Couldry, Andreas Hepp, Wolfgang Reißmann, Media Practice Theory, Routledge, New York, 2023.
Deana A. Rohlinger, Sarah Sobieraj, The Oxford Handbook of Digital Media Sociology, Oxford University Press, Oxford, 2022.
Michael Stevenson, Misha Kavka, Doing Media Research, SAGE Publications, Londra, 2023.
Stanley J. Baran, Dennis K. Davis, Mass Communication Theory (8th Edition), Oxford University Press, New York, 2020.
Media, IA & Società tra conflitti e relazioni
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