La maternità non dovrebbe mai essere un destino prescritto o un esercizio di totale sacrificio.
La maternità dovrebbe essere, al contrario, una relazione scelta, uno spazio di espressione soggettiva della donna e, soprattutto, una responsabilità condivisa. Ma in questo quadro, come si posizionano gli uomini?
Oggi, educare i ragazzi fin dall’infanzia è diventato un passo fondamentale per scardinare le dinamiche del patriarcato, sia quelle più evidenti sia quelle più sottili e invisibili.
Il vero cambiamento sociale si fonda proprio su questo bisogno urgente: crescere nuovi uomini capaci di abitare relazioni paritarie e simmetriche.
Una nuova idea di maternità
L’incontro “Maternità femminista – crescere nuovi uomini e nuove donne”, ospitato dalla Società Letteraria di Verona nel primo semestre 2026, ha preso le mosse dalle riflessioni della psicoanalista Laura Pigozzi, da anni voce autorevole nel dibattito sulle trasformazioni della famiglia e dei ruoli di genere.
Grazie a un percorso interdisciplinare che intreccia psicoanalisi, psicologia clinica, filosofia e musicoterapia, Pigozzi decostruisce da tempo i mutamenti sociali legati alla condizione femminile.
L’evento ha trovato il suo baricentro teorico nel suo ultimo libro, Non solo madri, un saggio che esplora la pluralità dell’identità femminile, critica i modelli materni che annullano l’individualità della donna e propone una necessaria ridefinizione della maternità in chiave femminista.
Madre sacrificale: la fine di un mito che limita le donne
Uno dei fulcri del pensiero di Pigozzi è la critica aperta alla narrazione idealizzata della madre sacrificale.
Secondo la psicoanalista, la cultura patriarcale ha costruito ad arte l’immagine di una donna che, per essere considerata “buona madre”, deve rinunciare alla propria soggettività e viversi in funzione degli altri.
Questa idealizzazione si rivela in realtà una gabbia invisibile che limita la libertà e impedisce alle donne di fiorire in identità plurali.
L’invito è dunque quello di liberare la maternità da aspettative moralistiche che gravano solo sulle spalle femminili, restituendole la sua dimensione di relazione autentica e non di annullamento.
Non solo madri: l’identità femminile oltre i ruoli sociali
Il modello proposto da Pigozzi restituisce alla donna il suo status di soggetto e non di mera funzione biologica o sociale.
Essere madri non può significare l’adesione cieca a un copione prestabilito; deve poter diventare un’esperienza da modellare e scegliere in base ai propri desideri, competenze, limiti e progetti di vita.
Questo approccio impone una profonda revisione del concetto stesso di femminilità.
Essere donne non si esaurisce – e non si può esaurire – nella maternità, e la nascita di un figlio non dovrebbe mai fagocitare l’intera esistenza di una persona.
Si tratta di una battaglia femminista cruciale per l’autodeterminazione, che rivendica il diritto alla libertà oltre i ruoli tradizionali.
Educare i figli maschi: la chiave contro la violenza di genere
Un altro punto di straordinaria attualità emerso dal lavoro di Pigozzi riguarda l’educazione dei figli maschi.
In una società in cui il patriarcato continua a riprodursi in forme sempre nuove e striscianti, educare i ragazzi fin da piccoli diventa l’unico modo per interrompere la trasmissione culturale del privilegio e della violenza di genere.
Crescere “nuovi uomini” significa offrire loro modelli relazionali alternativi, fondati sull’empatia, sulla responsabilità affettiva e sulla parità, spezzando il legame storico tra virilità e dominio.
È una riflessione che si fa urgente di fronte alla cronaca odierna, segnata dalla piaga della violenza contro le donne e da una profonda crisi dell’identità maschile.
Denatalità e precarietà: il grido d’allarme delle trentenni
Durante l’evento, la voce della realtà ha fatto irruzione nella stanza grazie alla testimonianza di una giovane partecipante — una delle pochissime persone in platea in età fertile — che ha toccato il nervo scoperto del dibattito sulla denatalità.
Con grande lucidità, la ragazza ha spiegato come per le nuove generazioni la scelta di avere un figlio sia legata alla precarietà lavorativa e abitativa.
Gli stipendi bassi, l’instabilità contrattuale e l’assenza di tutele reali per le giovani coppie rendono la maternità un traguardo quasi insostenibile.
Il suo messaggio è risuonato forte e chiaro: Non è mancanza di desiderio, è mancanza di condizioni.
Nonostante questa realtà, la società continua a esercitare una forte pressione psicologica, veicolando l’idea che una donna sia completa solo se diventa madre.
Questo cortocircuito tra il desiderio di autodeterminazione e le aspettative asfissianti di famiglie, media e cultura dominante genera un profondo senso di colpa e inadeguatezza, che finisce per schiacciare anche chi ha scelto di non avere figli.
Cosa significa essere donna senza figli
La giovane ha poi aperto uno squarcio su un territorio ancora orfano di tutele e legittimazione sociale, ponendo alla platea domande specchio di un disagio generazionale: “Chi sono nella narrazione collettiva, se non divento madre? La mia identità è riconosciuta o viene considerata incompleta?”
Il vuoto relazionale e culturale attorno ai modelli femminili non materni pesa come un macigno sulle spalle delle giovani donne, dimostrando quanto la cultura dominante fatichi ancora a validare percorsi di vita alternativi.
Generazioni e femminismo: le giovani donne non vengono ascoltate
Il momento più denso dell’intervento ha riguardato la fotografia stessa della sala: la ragazza era l’unica trentenne in mezzo a una platea composta da donne over 50. Una solitudine visiva che si traduce in una precisa distanza politica.
Le nuove generazioni non sono presenti nei luoghi in cui si discute di maternità, sebbene siano le uniche a subirne oggi l’evoluzione e le criticità.
Emerge così un evidente problema di comunicazione tra generazioni di donne: i movimenti culturali e i femminismi storici rischiano di parlare una lingua che non intercetta i bisogni concreti delle più giovani.
Da qui, l’appello accorato a costruire spazi di ascolto intergenerazionali e un dialogo che sappia mettersi in ascolto delle trentenni.
Asili nido e PNRR: la sfida dell’equità
Il paradosso del welfare italiano e dei fondi PNRR emerge con chiarezza dall’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli, che fotografa un sistema incapace di ridurre le disuguaglianze e di supportare l’occupazione femminile (e la maternità) con fatti concreti.
Nonostante uno stanziamento di 4 miliardi di euro per creare fino a 150.000 nuovi posti entro il 2027, l’Italia registrando il tasso di copertura più basso tra le grandi economie europee.
In Italia, poco più di un bimbo su tre ha accesso al nido, contro il 60 per cento dei bambini francesi.
Per quanto riguarda i servizi ai bambini della fascia d’età 0-3 l’Italia è, quindi, molto indietro rispetto agli altri Paesi analizzati dallo studio.
Solo la Germania è più o meno al nostro livello, ma è perché da loro il congedo parentale consente ai genitori di restare a casa fino a 14 mesi con uno stipendio all’80 per cento e quindi i bambini non vanno al nido prima di aver compiuto un anno.
Nel 2025 il tasso di partecipazione nazionale nostro si è attestato al 35,5%, un dato ancora lontano dal target UE del 45% e gonfiato dal calo demografico (-40.000 nati in 5 anni), mentre Paesi come la Francia (60%) e la Spagna (55%) viaggiano a velocità doppie.
Sebbene il 56% delle risorse PNRR sia stato indirizzato al Mezzogiorno, l’efficacia della misura è fortemente compromessa: nello scenario migliore del 2027, regioni critiche come Sicilia e Campania non supereranno il 27% di copertura.
A frenare l’equità è soprattutto l’«effetto San Matteo» (dal versetto 25,29: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»): i criteri di accesso pro-lavoro penalizzano le madri meno istruite (il cui tasso di occupazione è sotto il 30% rispetto all’80% delle laureate), facendo esplodere il divario di accesso tra famiglie ricche e povere.
Solo il 10% dei bambini a rischio povertà frequenta il nido e appena il 14% degli stranieri vi ha accesso.
A completare il quadro della gestione strutturale degli asili nido interviene la drammatica carenza di personale: a fronte di 25.000 educatori aggiuntivi necessari per attivare i nuovi servizi, le università italiane ne abilitano meno di 10.000 all’anno.
Il problema reale è il tasso di abbandono e di attrattività della professione.
Molti di quei 10.000 laureati scelgono la scuola dell’infanzia (3-6 anni) o il privato sociale perché i contratti dei nidi comunali o in appalto hanno stipendi molto bassi e contratti precari.
Il collo di bottiglia è ancora più stretto di come appare. I dati confermano così il grido d’allarme delle trentenni: la maternità femminista resta un’utopia ideologica se i finanziamenti non trasformano il nido in un diritto universale, gratuito e slegato dalla condizione lavorativa dei genitori.
Dalla teoria femminista alla pratica del welfare
La riflessione contemporanea sulla maternità, pur trovando una solida impalcatura teorica nelle parole di Laura Pigozzi, rischia di scontrarsi e infrangersi contro il muro della realtà materiale.
Oggi una trentenne si trova costretta a ricordare alla generazione delle cinquantenni che esiste un divario profondo tra l’ideologia femminista e la pratica quotidiana: ci si preoccupa molto di ridefinire la maternità in chiave teorica, ma pochissimo di supportare le donne con fatti concreti.
Le pressioni sociali per la genitorialità resistono, ma mancano i mezzi economici e strutturali per conciliare vita e carriera.
In questo scenario, se da un lato è indispensabile ridefinire il ruolo degli uomini nella cura familiare, dall’altro la vera e imprescindibile chiave di volta resta una sola: una riforma strutturale del welfare che trasformi i diritti teorici in tutele reali.
Roberta Cellore
- Roberta Cellore è la curatrice dei libri Cara Adozione (2016) e Cara Adozione 2 (2022) editi da ItaliaAdozioni. Puoi trovare i libri sul sito di ITALIAADOZIONI
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