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Media, significato e potere nell’era dell’algoritmo

Media, significato-potere-algoritmo - Photo Red Charlie-upMGQthYQxY-Unsplash

La luce filtra dagli scuri socchiusi che danno sul giardino. Il comodino è alla mia sinistra, tra il letto dove sono disteso e il muro dipinto di bianco.

Appena sveglio, allungo la mano verso il telefono cellulare, prima ancora di alzarmi dal letto. Schermo acceso, notifiche, titoli, immagini, voci. Una piccola redazione tascabile che mi ha già detto cosa pensare del mondo prima che io mi infili sotto la doccia quotidiana.

Se ci pensiamo bene, fino a non molti anni fa questo gesto non esisteva. La mattina mi svegliavo, accendevo la radio, davo un’occhiata al computer per controllare le email, e scendevo in edicola.

Un tempo c’era, insomma, un tempo di latenza tra il sonno e il mondo. Adesso quel tempo è scomparso. Lo abbiamo ceduto a un apparecchio complesso che non vediamo, ma che detta il ritmo della nostra vita.

A un centinaio di metri da casa mia, in campagna, c’è una torre per la telefonia mobile. È piantata accanto a un edificio che, fino a pochi mesi fa, era un negozio di alimentari.

Ogni volta che ci passo davanti penso la stessa cosa: prima là dentro si vendeva il pane, adesso da quella torre passano le mie email, i miei messaggi, le ricerche su Google, i video che guardo, i podcast che ascolto.

È un nodo. È un’infrastruttura. Qualcosa di molto tecnico. Ma è anche un luogo di significati e di relazioni di potere. È insomma un nodo di senso e di dati. È un nodo di comando. E i comandati siamo tutti noi.

Il giornalista, la torre e l’archivio

Quando ho cominciato a fare il giornalista, a L’Arena di Verona nel 1978, il nostro nodo era il giornale stesso.

Ho cominciato come corrispondente dalla Valpolicella, terra di vini, di storie e culture.

Lavoravo per un giornale quotidiano che era una fabbrica di senso con orari precisi: la riunione del mattino dei redattori, la scrittura del pomeriggio, la chiusura della sera, la rotativa di notte, il furgone all’alba. Un ritmo. Un’infrastruttura tecnica e culturale insieme.

Oggi quel ritmo è esploso in mille frammenti. Non c’è più un’edizione che chiude. C’è un flusso continuo.

In molti quartieri non c’è più un’edicola che apre alle sei del mattino. È resistita quella di fronte all’appartamento che ho in centro a Verona: le volte che ci vado sento l’edicolante alzare la saracinesca in metallo, prima che il giorno si inizi.

Anche in città c’è una torre che trasmette senza pause, ventiquattro ore al giorno, raccogliendo dati su di noi mentre noi crediamo di consumare informazioni.

Il libro Media & Society che sto leggendo parte da una metafora che mi ha colpito: la videoteca di quartiere.

Per quarant’anni la videoteca è stata il nodo culturale dei sobborghi. Era un archivio fisico, fatto di cassette, circoscritto nello spazio e nel tempo. Entravi, sceglievi, portavi a casa. Sapevi cosa avevi tra le mani.

Oggi quell’archivio è scomparso. Al suo posto c’è la torre dei telefoni cellulari e delle connessioni alla rete telefonica in fibra ottica. E la torre non è più un archivio. È un flusso. È un flusso che ci osserva mentre lo guardiamo.

Cosa sono i media (e perché siamo diversi dai delfini)

I media fanno parte in modo strutturale della nostra vita, della realtà con cui ci misuriamo, delle relazioni che intratteniamo. Tant’è che gli studiosi dei media parlano di mediatizzazione: il mezzo di comunicazione non è più solo uno strumento per trasmettere pezzi della nostra vita e del mondo; è parte integrante del mondo. E il mondo è esso stesso mediato.

I media esistono da sempre. Esistono da quando un nostro antenato, oltre 50 mila anni fa, ha inciso dei segni sulla parete di una caverna.

Da allora, i media hanno due nature, inseparabili. Da una parte c’è la tecnica — che un tempo erano pietre e poi penne per scrivere e adesso sono cavi, server, antenne, cellulari, algoritmi.

Dall’altra parte c’è la cultura: simboli, storie, immagini, significati. Chi si occupa solo della dimensione tecnica fa ingegneria. Chi si occupa solo della dimensione culturale fa critica letteraria.

Capire i media oggi vuol dire, allora, tenere insieme le due cose: la tecnica e la cultura. Lo smartphone e i valori, le idee, i sogni che vi immettiamo e facciamo circolare.

Lo studioso John Peters fa una domanda spiazzante, per raccontarci la storia dei media: che differenza c’è tra noi e un delfino?

Sappiamo che i delfini sono animali sociali, intelligenti, comunicano con il corpo, formano gruppi complessi. Però non hanno artefatti.

I delfini non hanno libri, monumenti, archivi. La loro informazione è in streaming permanente, senza mai un download. Quando l’evento finisce, l’informazione svanisce.

Noi umani facciamo una cosa che nessun altro animale fa. Costruiamo macchine per esternalizzare la mente fuori dal corpo: tombe, libri, fotografie, registrazioni, hard disk, server.

Conserviamo più informazione di quanta un singolo cervello possa contenere, e per più tempo di quanto una singola vita possa durare. Questa è la nostra anomalia. E questa è anche la nostra forza ed è anche il nostro problema.

Le tre ere della comunicazione

Gli studiosi dei media, riprendendo Friedrich Kittler, distinguono tre grandi ere dei media.

La prima è l’era simbolica. Comincia 51.200 anni fa, con le pitture rupestri ritrovate nell’isola indonesiana di Sulawesi.

Nell’era simbolica, l’informazione passa dal corpo: l’occhio vede, il cervello interpreta, la mano traccia. È così che funziona Rembrandt nei suoi autoritratti del Seicento.

La luce attraversa l’occhio del pittore, il suo cervello la elabora, la sua mano la deposita sulla tela. L’immagine è un lusso, limitato dalla fisiologia e dal lavoro umano.

La seconda è l’era tecnica. Comincia con la stampa di Gutenberg nel 1440. Poi arrivano la fotografia, il telegrafo, il fonografo, la radio, il cinema, la televisione.

La caratteristica nuova è questa, nell’era tecnica: il corpo umano viene bypassato. La fotocamera cattura la luce senza che debba passare dall’occhio di un pittore.

Il fonografo cattura il suono senza che debba passare dall’orecchio di un musicista. Un medium immagazzina l’altro: la pellicola salva la luce, il disco di vinile salva il suono.

La terza è l’era digitale. Nasce dalla Guerra Fredda, per scopi militari, diventa pubblica negli anni Novanta, e si fa intima con lo smartphone nel 2007.

Qui succede qualcosa di nuovo: tutto viene convertito in codice binario. I media non si limitano più a trasmettere. I media manipolano, elaborano, processano. E soprattutto: ci osservano.

La favola dell’ago ipodermico

Per molto tempo si è creduto a una favola pericolosa: la favola dell’ago ipodermico.

Nei primi decenni del Novecento l’idea era che i media iniettino le idee nel cervello delle masse, come una siringa nel braccio. Accendi la televisione, ti arriva il messaggio, lo assorbi, agisci di conseguenza.

È un’idea sbagliata. E lo è per una ragione che lo studioso John Peters dice con una bellezza commovente: «Le mie terminazioni nervose finiscono nel mio cervello, non nel tuo».

Non esiste alcuna connessione wireless tra di noi che mi permetta di trasferirti la mia esperienza vissuta. Tutto quello che possiamo fare è codificare un messaggio in un medium, sperando che tu lo decodifichi in modo simile.

Tuttavia, il messaggio io ti trasmetto tu lo decodifichi a modo tuo. Filtri il messaggio con la tua esperienza, la tua cultura, la tua biografia.

Lo studioso Stuart Hall lo ha spiegato decenni fa: chi comunica può codificare un significato con un intento preciso, ma chi riceve decodifica come può, come vuole, come sa.

Tra un comunicatore e un ricevente non c’è un canale neutro, insomma. C’è un’arena. C’è tanta roba: l’esperienza, la visione del mondo, le relazioni. Insomma, tutto ciò che ci rende unici sulla Terra.

Questo cambia tutto. I media non ci iniettano idee. Ci offrono il materiale per costruire un habitat condiviso.

I media ci danno una specie di palcoscenico comune dove negoziamo, di continuo, cosa è vero, cosa è normale, cosa è desiderabile. Cosa è la “vita normale, corretta, giusta, buona”. È la vita che va vissuta in un certo modo, seguendo determinate linee di sviluppo.

La fabbrica della vita felice

Ed eccoci al punto che mi sta a cuore. I media non ci dicono cosa pensare. Ci dicono a cosa pensare. E ci mostrano, con la forza di milioni di immagini ripetute, come dovrebbe essere una vita riuscita.

La casa con il giardino. L’auto nuova. Il viaggio esotico. La famiglia che ride a cena. La pelle perfetta. Il corpo magro. Il successo professionale. Il brunch della domenica. L’amore romantico che dura per sempre.

Tutti questi sono frammenti di un’immagine collettiva che chiamiamo “vita normale”. E che non è cattiva di per sé. Diventa un problema quando smettiamo di vederla come una costruzione e cominciamo a viverla come una norma.

Antonio Gramsci parlava di egemonia culturale.

Il potere non si tiene solo con la forza. Si tiene convincendo i subordinati che la visione del mondo dei dominanti è semplice “buon senso”.

Le élite dominano non perché ci picchiano, ma perché ci convincono che il loro mondo è il vero mondo. Lo fanno presidiando i nodi dove il senso si fabbrica: le redazioni, le università, i parlamenti, le piattaforme digitali. E, oggi, l’Intelligenza Artificiale.

Ecco perché in tutta la mia carriera di giornalista ho cercato di smontare le narrazioni dominanti.

Sul caso giudiziario Sutter-Bozano, ad esempio, la versione ufficiale parla di rapimento e omicidio per denaro di una ragazzina, Milena, figlia di un ricco industriale della cera.

È la storia che i media hanno costruito, ripetuto, normalizzato. È diventata buon senso. E quella storia vive e prospera anche oggi.

Tuttavia il buon senso, quando si fa monolitico, va guardato con sospetto. Le storie vanno smontate e rilette.

Dalla rappresentazione all’automazione

C’è un elemento che gli studiosi dei media fanno notare.

Nell’era dei mass media il potere si esercitava sulla rappresentazione: chi decide quali storie vengono raccontate, quali volti vengono mostrati, quali voci vengono ascoltate.

Era il potere dei gatekeeper, dei direttori di giornale, dei produttori televisivi, dei boss degli studios cinematografiche.

Nell’era delle piattaforme accade qualcosa di nuovo. Il potere si esercita anche — e forse soprattutto — sull’autotmazione.

Non solo si decide cosa dire. Si decide come raccogliere dati, come addestrare modelli, come orientare i flussi di attenzione. E quindi come determinare il comportamento.

Tradotto: quando passi due ore al giorno su un social media, tu non stai solo consumando contenuti. Stai producendo materia prima comportamentale.

Ogni tap, ogni swipe, ogni secondo di permanenza su un video diventa dato. E quel dato addestra modelli che decidono cosa vedrai domani, cosa comprerai, magari cosa voterai.

I media adesso ci guardano – e ci studiano – tanto quanto noi guardiamo loro.

È per questo che ho deciso di iniziare questa serie di articoli sui media studies, con un interesse per il rapporto tra media, cultura e società. Sono una persona educata, e così voglio restituire la cortesia ai media: voi ci studiate? E noi studiamo voi. E chi vi possiede.

L’Intelligenza Artificiale generativa accelera questo movimento. Un’IA addestrata su dati distorti produrrà risposte distorte.

Ecco un esempio, citato nel libro Media & Society: le pellicole Kodak a colori erano calibrate sulla pelle bianca. Fino agli Anni Sessanta i volti scuri apparivano come masse informi nelle foto di classe.

Decenni dopo, i software di riconoscimento facciale falliscono sui volti neri perché addestrati su dati dominati dalla “whiteness” normativa. Il pregiudizio sociale, che porta i bianchi in cima alla scala sociale, diventa limite fisico.

Dopo il limite fisico, c’è il limite algoritmico. La tecnologia non è mai neutra. Riflette le dinamiche di potere di chi la progetta.

Cosa ci facciamo, noi, dentro tutto questo

La mia amica Sofia, mia lettrice ideale, ha poco più di 50 anni, è una professionista colta, che si occupa di comunicazione e insegnamento.

La sera, dopo una giornata densa, si stende sul divano con il telefono in mano.

Sofia apre Instagram, e scorre. Apre TikTok, e scorre. Apre il feed di un quotidiano, e scorre. Mezz’ora dopo si rende conto di non ricordare quasi nulla di quello che ha visto. Tuttavia il suo umore è cambiato. È un po’ più ansiosa, un po’ più triste, un po’ più inquieta.

Non è colpa sua. È colpa di un’architettura. L’architettura che gli studiosi chiamano “habitat mediale”.

È un sistema in cui due flussi si alimentano a vicenda.

Il primo flusso è il flusso ideologico: le piattaforme decidono quali simboli circolano, quali identità contano, quali desideri sono legittimi.

Il secondo è il flusso estrattivo, dell’automazione: l’impegno emotivo che proviamo nutre la macchina dei dati, la quale ottimizza ancora di più la logistica del capitalismo.

Siamo di fronte a un imbuto. Da una parte entriamo noi, con la nostra attenzione e la nostra fragilità. Dall’altra parte escono profili pubblicitari, modelli predittivi, fatturati.

Nel mezzo, c’è una “scatola nera” algoritmica che pochissimi capiscono davvero.

Un consiglio pratico, da fare tuo

Riflettere in modo critico sui media non vuol dire riflettere su schermi e testi.

Riflettere sui media vuol dire indagare l’infrastruttura sociale e tecnica che un certo numero di persone – e noi dietro a loro – costruisce per organizzare la vita condivisa e per competere per il potere.

Questo è il cuore del pensiero sui media che sto formulando oggi, attingendo ad alcuni fra i più importanti e recenti studi (i media studies).

Questo è il cuore del mio lavoro da quasi mezzo secolo. Ovvero da quel giorno che mi presentai a un sindaco (democristiano) della Valpolicella, per un’intervista sui programmi della sua amministrazione.

Ero armato di registratore a cassette Philips K7. Appena lo appoggiai sul tavolo, il sindaco – in giacca e cravatta, in un tiepido giorno di marzo del 1978 – mi guardò dritto e mi ordinò: “Quello niente. Quello lo metta via”. E da allora ho sempre preso appunti.

Adesso arrivo al consiglio pratico che ho promesso nel titolo di questo capitoletto. Uno solo, perché i consigli a raffica non funzionano mai.

Domani mattina, quando ti svegli, prova a non toccare il telefono per i primi quindici minuti. Non per fare detox digitale, non per moda.

Fallo per un motivo preciso: per ricordarti chi sei prima che un algoritmo te lo dica.

Alzati, fai colazione, guarda fuori dalla finestra, ascolta i rumori della casa. Sentiti tu, senza interfaccia.

Poi, dopo quei quindici minuti, accendi pure tutto. Tuttavia, accendi tutto con un’altra postura.

Accendi i tuoi apparecchi digitali con la consapevolezza. Eccola: quello che vedrai non è il mondo. È una rappresentazione del mondo.

La tua rappresentazione del mondo è stata fabbricata da qualcuno, ottimizzata per qualcuno, finanziata da qualcuno. È una torre, non è una finestra.

Se riesci a tenere a mente questa distinzione — tra finestra e torre, tra mondo e rappresentazione del mondo, tra te e il tuo profilo algoritmico — sei già a metà del cammino per essere una persona indipendente.

Il resto è esercizio quotidiano. È pensiero critico. È quella forma di gentilezza con se stessi che si chiama discernimento.

Cosa vuoi che ti dica? I media sono troppo importanti per essere lasciati in mano ai media. E noi siamo troppo importanti per essere lasciati in mano ai nostri telefoni.

Maurizio F. Corte


FONTI BIBLIOGRAFICHE

Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito le fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.

Il lavoro di analisi è stato supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Notebook LM, Claude, Manus.

  • Denis McQuail, Mark Deuze, Media & Mass Communication Theory, Sage, London, 2020.
  • Nicholas Carah, Amy Dobson, Sungyong Ahn, Media & Society, SAGE Publications, Londra, 2024.

  • Nick Couldry, Andreas Hepp, The Mediated Construction of Reality, Polity Press, Cambridge, 2016.

  • Leighton Evans, Media Studies: Industries, Texts and Audiences, SAGE Publications, Londra, 2023.

  • José van Dijck, Thomas Poell, Martijn de Waal, The Platform Society, Oxford University Press, New York, 2018.

  • Nick Couldry, Andreas Hepp, Wolfgang Reißmann, Media Practice Theory, Routledge, New York, 2023.

  • Deana A. Rohlinger, Sarah Sobieraj, The Oxford Handbook of Digital Media Sociology, Oxford University Press, Oxford, 2022.

  • Michael Stevenson, Misha Kavka, Doing Media Research, SAGE Publications, Londra, 2023.

  • Stanley J. Baran, Dennis K. Davis, Mass Communication Theory (8th Edition), Oxford University Press, New York, 2020.

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