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Carcere e violenza di genere. Progetto “Cambiamoci” per uomini maltrattanti

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Nell’istituto penitenziario di Padova c’è un laboratorio che prova a spezzare il ciclo della violenza di genere partendo dagli uomini che l’hanno agita.

Si chiama “Cambiamoci – un cambiamento insieme” ed è promosso dall’associazione Psicologo di Strada. Dal 2014 coinvolge detenuti autori di reati legati a maltrattamenti, stalking e violenza domestica.

Il progetto si concentra sul trattamento degli autori di reati legati alla violenza di genere e domestica, con particolare attenzione ai detenuti di origine straniera.

L’iniziativa rappresenta un approccio innovativo che integra l’intervento psicologico con quello giuridico, rispondendo alle esigenze previste dal Codice Rosso (Legge 69/2019) in materia di trattamento obbligatorio per i condannati per reati di violenza di genere.

A raccontarlo è Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica dell’associazione. In fondo all’articolo puoi vedere l’intervista completa alla dottoressa Baccaro.

L’obiettivo del progetto non è offrire giustificazioni.

Il punto centrale è un altro: portare gli uomini maltrattanti a riconoscere le proprie responsabilità e a costruire strumenti nuovi per gestire rabbia, conflitti e relazioni.

I laboratori si svolgono in gruppo. L’équipe è composta da psicologhe e da una mediatrice interculturale.

Dentro le stanze del carcere si incontrano culture, lingue e modelli familiari diversi: detenuti italiani, maghrebini, pakistani, kosovari.

“Cambiamoci” lavora proprio su questo terreno complesso, dove il rapporto uomo-donna cambia da contesto a contesto.

Gli incontri partono da casi concreti e situazioni quotidiane. Si discute di litigi, controllo, gelosia, frustrazione.

Si prova a leggere il conflitto senza violenza. Una parte importante del percorso riguarda il riconoscimento delle emozioni negative; e la capacità di trasformarle in dialogo.

I laboratori si concentrano sul problematizzare gli eventi della vita quotidiana, cercando di trovare modalità diverse di lettura e possibilità di risolvere i conflitti relazionali in maniera pacifica e non violenta.

Un elemento centrale è il lavoro sul riconoscimento e gestione delle emozioni negative, della frustrazione e della rabbia, fornendo tecniche e strumenti pratici.

L’obiettivo è passare dall’esplosione del bisogno alla mentalizzazione e alla possibilità di parlarne, attraverso una elaborazione concettuale dei bisogni e delle soluzioni, tipica della comunicazione non violenta.

Il progetto ha ricevuto il sostegno della Chiesa Valdese attraverso il bando 8 per 1000.

Quella della Chiesa Valdese è un’iniziativa importante: dà la possibilità alle associazioni di portare avanti attività di intervento in contesti dove i bisogni sono enormi, sia dal punto di vista culturale e sociale, sia da quello giudiziario.

Secondo la dottoressa Baccaro, molti detenuti arrivano con una consapevolezza limitata del proprio comportamento. C’è chi minimizza e chi nega.

La violenza fisica viene percepita come un errore “da non fare”. Più difficile è riconoscere la violenza psicologica, emotiva o il controllo esercitato nella relazione.

Il progetto usa strumenti come la “Ruota di Duluth”, adattata ai gruppi multiculturali.

Accanto a questa è stata costruita una “Ruota del rispetto e della non violenza”, fondata su valori condivisi come famiglia, amore e pace.

Il lavoro si concentra sul mettersi nei panni dell’altro: capire cosa prova una persona che subisce umiliazioni, minacce o aggressioni.

Il quadro normativo è cambiato con il Codice Rosso, la legge 69 del 2019. La legge ha introdotto percorsi di trattamento per i condannati per reati di violenza di genere.

Per la criminologa Baccaro si tratta di un passaggio decisivo anche sul fronte della prevenzione: intervenire durante la detenzione può ridurre il rischio di recidiva una volta usciti dal carcere.

I risultati del progetto emergono soprattutto nei racconti di chi ha partecipato.

Alcuni ex detenuti hanno ricontattato le operatrici dopo la fine della pena per ringraziarle. Uno di loro, inizialmente ostile al percorso, ha telefonato dopo mesi dicendo: “Prima di dire che non mi piaceva, dovevo assaggiare il piatto”.

Piccoli segnali, forse. Tuttavia dentro il lavoro sulla violenza di genere e sugli uomini maltrattanti anche un cambio di sguardo può diventare un punto di partenza.

Video intervista alla psicologa Laura Baccaro

L’intervista è stata condotta da Giuliana Corsino e Anna Ceroni, giornaliste e comunicatrici. 

Corsino e Ceroni collaborano, come volontarie, con l’Associazione culturale ProsMedia ETS che si occupa di media education e di comunicazione interculturale nei media.

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