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Tragedia di Modena. I media non cadono nel tranello del “terrorista islamico”

Tragedia a Modena - Media - Giornalismo Interculturale - Strage

La tentata strage di Modena segna un punto di svolta per i media italiani. Nonostante il rischio fosse alto, i giornalisti non sono caduti nella trappola del “terrorista islamico”. L’atto del giovane che sabato 16 maggio ha attentato alla vita dei passanti, sulla via Emilia, non ha proiettato la sua ombra nera su tutta la seconda generazione di giovani, figli di cittadine e cittadini che molti anni fa sono immigrati in Italia.

Possiamo per questo dire che c’era una volta, sulla stampa italiana, lo “straniero” che uccideva o tentava alla vita delle persone. Era per lo più un “rumeno” oppure un “albanese”; a volte un “marocchino”. Veniva di solito fermato da un “eroe italiano,” che in questo modo chiudeva le frontiere alla barbarie.

Poi la Romania è entrata nell’Unione Europea; e adesso l’Albania ospita (in un posto che costa come un resort di lusso) i migranti fermati in Italia. Criminali “rumeni” e “albanesi” sono spariti dai radar. Sul Marocco, invece, e sui cittadini dei Paesi africani, i radar sono ancora accesi.

La stampa e gli imprenditori della paura

La stampa, tuttavia, ha imparato a non cadere nella trappola del pregiudizio e del servilismo verso gli imprenditori della paura. Noi giornalisti ci siamo d’improvviso ricordati quanto ci insegnavano i vecchi capicronaca, quelli burberi con la sigaretta accesa, la lampada sulla scrivania che tremolava nelle notti e la macchina da scrivere sempre pronta a fare la sua funzione.

L’insegnamento dei capicronaca era semplice: prima di scrivere, informati; quando ti informi senti più fonti; quando ti metti a scrivere, prima pensa e poi vai a picchiare sui tasti della macchina da scrivere. E produci il tuo pezzo.

È grazie al ricordo del ruolo dei giornalisti – un ruolo di “mediazione” tra fonti e pubblico, insegnava Sergio Lepri, per anni direttore dell’agenzia Ansa – che la stampa italiana non è caduta nella trappola dei titoli di questo tipo, parlando della tentata strage di sabato scorso, a Modena: “Terrorista marocchino tenta una strage a Modena. Italiano eroe ferma l’immigrato islamico”.

Cos’è accaduto? Sabato 16 maggio 2026 Salim El Koudri, 31 anni, cittadino italiano, figlio di una coppia originaria del Marocco, ha investito i passanti in via Emilia a Modena con una Citroën C3, scendendo poi dal veicolo nel tentativo di accoltellarli. Otto i feriti, due dei quali con amputazione degli arti inferiori. El Koudri, laureato in economia e marketing, era stato in cura fino al 2024 al Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia, per un disturbo di personalità schizoide.

Gli inquirenti hanno escluso la radicalizzazione islamica e ogni collegamento con reti jihadiste. Il movente? Tutto nel suo disagio psichico, che non è stato colto e curato da chi lo conosceva e lo aveva in carico.

Il frame del terrorismo islamico si è imposto nelle prime ore, alimentato dall’etnia del responsabile e dal modus operandi — l’auto come arma — già associato ad attacchi jihadisti in Europa. Titoli come “L’ombra dell’islamismo su Salim El Koudri” (Il Giornale) hanno attivato questo schema interpretativo in assenza di prove. La categorizzazione etnico-religiosa ha preceduto i fatti. Ma poi si è spenta.

Il frame del fallimento dell’integrazione, adottato subito da qualche partito politico abituato a cavalcare i problemi anziché risolverli, ha trasformato l’episodio in argomento politico strutturale: “integrazione fallita”, “cittadinanze facili”, “permessi di soggiorno revocabili”. Il caso individuale viene, in questo modo, decontestualizzato per sostenere una tesi di portata sistemica sull’immigrazione di seconda generazione. Pure questa lettura si è sgonfiata in modo rapido.

Il frame del disagio psico-sociale, emerso con l’avanzare delle indagini, ha posto l’accento sulla storia clinica del soggetto, sull’interruzione delle cure, sull’isolamento e sulla sua condizione di “fantasma” sociale negli ultimi due anni. In questa direzione vanno anche le cronache di questi giorni. In questo modo viene riportato alla luce un argomento che i giornali italiani (e noi pubblico) abbiamo rimosso: la malattia mentale; o comunque il disagio psichico.

Sul piano lessicale, il ricorso immediato al termine “terrorismo” — prima che le indagini lo escludessero — ha innescato un processo di etichettamento che rischiava di portare la stampa nelle direzione sbagliata. La successiva smentita (“esclusa la pista terroristica”) ha ottenuto uno spazio mediatico che ha ridimensionato, fino a ridurlo al minimo, l’allarme iniziale.

Sul piano argomentativo, alcune forze politiche hanno operato una metonimia cognitivadall’individuo El Koudri all’intera categoria dei cittadini di seconda generazione, quelli che hanno i genitori immigrati in Italia. È un meccanismo retorico che generalizza dal caso singolo per costruire una narrativa popolare tra i sostenitori della “remigrazione”: la presunta incapacità strutturale del modello di integrazione italiano.

Sul piano giuridico-politico, va sottolineato che El Koudri è cittadino italiano a tutti gli effetti. La proposta di “permessi di soggiorno revocabili” risulta quindi incongrua rispetto al caso concreto, ma efficace nella comunicazione politica di bassa lega: il discorso lavora per analogia simbolica, non per coerenza normativa.

Il passo in più che ancora manca ai media

Amo ripetere in tutte le occasioni che il giornalismo interculturale non è un giornalismo “buonista”, ma è un “buon giornalismo”. È attento alle parole che impiega. È attento ai temi che tratta e alle cornici interpretative che adotta (i “frame”). Cambia le proprie routine professionali per uscire dal perimetro stretto: quello di un giornalismo che non riesce a leggere la società complessa in cui viviamo.

Il giornalismo interculturale, ad esempio, non si concentra solo sull’eroe italiano che ferma il guidatore stragista. Ricorda che le due donne più gravi sono straniere, a rappresentare com’è la popolazione italiana. E si ricorda che ci sono stati anche due eroi di origine straniera, senza i quali l’eroe italiano sarebbe finito male; e il giovane attentatore avrebbe proseguito la sua corsa omicida con il coltello in mano.

Dal giornalismo interculturale viene poi l’invito alla classe politica e a quella dirigente del nostro Paese di decidersi per una politica migratoria, quella che trasforma l’immigrazione da problema (per chi la vive e per chi la incontra) a risorsa. Questo vuol dire prendere atto della necessità di avere persone immigrate, per dare opportunità a chi vuole venire a far parte dell’Italia: questo significa anche il bagaglio dei diritti e quello dei doveri.

Taglio alle paure immotivate, stop a chi cavalca i problemi di convivenza senza risolverli, ascolto del malessere sociale, investimento nei servizi sociali: sono questi i temi su cui i media italiani sono chiamati a incalzare la classe politica. Questi sono i temi su cui i manipolatori di professione – quelli che tradiscono l’Italia e gli italiani, dicendo di volerli difendere – debbono essere fatti inciampare.

In Italia abbiamo tutte le risorse economiche, sociali e culturali per una politica immigratoria e di inserimento che sia rispettosa sia delle nostre comunità che dei nuovi cittadini. Le tecniche di mediazione interculturale, comunicazione e gestione dei conflitti sono a disposizione per evitare la conflittualità, la paura e il senso di abbandono che molti cittadini e cittadine possono provare. A chi obietta che servono le risorse economiche, basta ribattere che ci sono 100 miliardi di evasione fiscale l’anno da andare a recuperare; e qualche decina di milioni di italiani che non pagano un centesimo di imposte allo Stato.

Maurizio F. Corte

(Nella ricerca sui giornali, l’autore ha utilizzato Claude, modello di Intelligenza Artificiale, verificandone il risultato)

Sergio Lepri, il ruolo del giornalismo

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