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Giulia Cecchettin. Perché tanto interesse per il suo femminicidio

Giulia Cecchettin - Femminicidio - Photo Davide-Ragusa-gcDwzUGuUoI-Unsplash

Tutti noi siamo rimasti turbati dall’uccisione di Giulia Cecchettin, laureanda in ingegneria della provincia di Padova, 22 anni, uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta.

Una folla di oltre 7 mila persone ha partecipato ai suoi funerali. E milioni di donne e di uomini, di tutte le età, hanno seguito i funerali.

Chi li ha guardati in Tv in diretta. Chi in differita, magari a spezzoni, su YouTube o in streaming.

Abbiamo assistito a quella che gli studiosi dei media Dayan e Katz molti anni fa, in un libro sulla televisione, hanno chiamato la “grande cerimonia dei media“.

Un conto, però, è che le cerimonie dei media siano legate ai funerali di John F. Kennedy piuttosto che a Diana Spencer, la principessa britannica triste.

Un altro conto è che una qualsiasi giovane donna, non famosa né conosciuta prima di essere ammazzata, divenga il centro dell’attenzione, delle emozioni e dei pensieri di milioni di persone.

Ci sentiamo tutti padri, madri, sorelle o fratelli di Giulia. Tutti l’abbiamo sentita – e continuiamo a sentirla – come una perdita che ci tocca da vicino.

Le routine dei media

Il caso di Giulia Cecchettin, va detto, ha avuto sin dall’inizio una serie di caratteristiche fondamentali.

Sono caratteristiche che rispondono ai criteri di notiziabilità e alle routine dei media:

  • una storia drammatica in divenire: Giulia che sparisce con l’ex fidanzato alla vigilia della discussione della tesi di laurea, all’Università di Padova, e tutti a chiedersi cosa mai sia accaduto;
  • la posizione privilegiata, e paradossale, in cui ci siamo tutti trovati: non sapevamo che fine avrebbe fatto Giulia ma nel contempo eravamo certi della sua morte, come purtroppo è accaduto;
  • il contesto, temporale e di luogo, entro cui si colloca il dramma di Giulia: un’alta sensibilità al tema del femminicidio in un periodo in cui l’uccisione delle donne ha assunto un valore di alto interesse sui media;

E poi vi sono altri interessanti elementi:

  • il contesto culturale in cui il femminicidio si colloca: l’assassino di Giulia è un bravo ragazzo, come qualcuno ha ironizzato. E quindi c’è la fatica di tutti noi, e la volontà, nel poter capire il gesto;
  • l’essere il giovane assassino un italiano, che tutti i media si sono ostinati a chiamare per nome: Filippo. Non sarebbe accaduta la stessa cosa se Filippo fosse stato un ex fidanzato arabo di nome Ahmed;
  • la fuga all’estero, in solitaria, del bravo ragazzo che ha dato una pennellata di crimine on the road, caro a tanti film americani che vediamo in tv

La comunicazione sconvolgente di Elena Cecchettin

Le famiglie delle vittime tendono a chiudersi nel silenzio, dopo un dramma.

Di solito parla l’assassino, l’autore di reato, attraverso il suo avvocato. Oppure, se l’offender è solo un sospettato, va addirittura in televisione in prima persona.

Ricordiamo tutti il caso di Anna Maria Franzoni. Ricordiamo la vicenda di Avetrana. E le interviste a donne e uomini, colpevoli o meno secondo la giustizia, che parlano dal carcere.

Il primo a farsi intervistare dalla televisione, a concedere interviste e fare conferenze stampa fu – nel maggio del 1971 – Lorenzo Bozano, prima assolto e poi condannato per il rapimento e omicidio di Milena Sutter.

Sul caso di Lorenzo Bozano, come ProsMedia abbiamo condotto una ricerca su come i giornali hanno presentato il caso.

Ebbene, con Giulia Cecchettin accade una cosa non prevista. Sconvolgente. Che mette tutto a soqquadro. E, ovviamente, accende le polemiche.

Elena Cecchettin, studentessa in Austria, sorella di Giulia, non sta zitta. Prende posizione. Attacca l’assassino (chiamarlo presunto sarebbe fuori luogo, dato che lui stesso ha ammesso il delitto e vi sono le prove). Mette alle corde i genitori di Filippo Turetta. 

Finalmente – è il caso di dirlo – in via diretta e attraverso i propri legali, la famiglia di Giulia Cecchettin reagisce. Diventa una protagonista nei racconti dei media.

L’offender, e chi lo rappresenta legalmente, non ha l’esclusiva dell’informazione. Il posto dei famigliari della persona uccisa non è più soltanto nel dolore, nel funerale, nel silenzio zuppo di pianto.

La vittima parla, attraverso i propri famigliari. E i famigliari comunicano con una certa competenza, tanto da attirarsi grevi sospetti, critiche, attacchi diretti.

Questo della famiglia della vittima è un grande passo verso la trasparenza, verso il diritto alla verità e al pluralismo delle informazioni.

È un passo verso la giustizia per la vittima, che non è più costretta soltanto al silenzio buio e senza vita.

Processo mediatico?

Tornano, proprio per il ruolo dei famigliari (sorella Elena in testa) di Giulia Cecchettin, le solite critiche e battute e considerazioni sul processo mediatico.

Criticare il processo mediatico – ovvero la ricerca, il racconto e il dibattito su ciò che è accaduto – può avere senso quando i media, ovvero i giornalisti, si abbandonano a dettagli poco rispettosi della vittima e delle persone coinvolte.

Il processo mediatico è invece sacrosanto là dove impone, in democrazia, il diritto a sapere, a discutere e ad indagare su un omicidio, una strage o comunque un’azione delittuosa.

Voler limitare il processo mediatico significa voler stoppare il desiderio, diritto e impegno di giustizia, verità e trasparenza che deve caratterizzare ogni evento pubblico.

Ecco, allora, una mia risposta al perché di tanto interesse della pubblica opinione per l’omicidio di Giulia Cecchettin.

Oltre agli indubbi aspetti di altissima notiziabilità del caso, oltre all’incrocio temporale e culturale con un dramma (il femminicidio) che ci vede attenti e sensibili, vi è la volontà delle persone di partecipare al dibattito pubblico.

Non possiamo esprimerci – non lo vogliamo, non lo sappiamo fare bene – sul piano della dialettica politica, come accadeva quando ero giovane io, negli Anni Settanta. E allora facciamo sentire la nostra voce quando un dramma privato diventa un dolore pubblico.

È anche per questo che il femminicidio di Giulia Cecchettin è diventato un caso mediatico che ha mobilitato, interessato ed emozionato decine di milioni di italiane e di italiani.

Il dramma di Giulia ha dato a tutti noi l’occasione di esprimerci. Alcuni l’hanno fatto in modo gretto e scomposto. Tantissimi altri l’hanno fatto con il cuore e la passione sociale per le battaglie che meritano di essere combattute.

Maurizio Corte
corte.media