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Camgirls e Onlyfans. La pornografia anticipa il futuro dei media

Camgirls - Onlyfans - Pornografia - Media - Photo Charlesdeluvio-vKEwDELlFbg-Unsplash

Camgirls e Onlyfans. Soltanto pornografia? Oppure dietro a questo modo di “esibire” il proprio privato abbiamo anche un segnale su come i media evolvano? Su come si posizionino nella vita delle persone?

Nel 1996 una studentessa di 19 anni, Jennifer Ringley, decise di installare nella sua stanza del dormitorio universitario una webcam: collegata ad un sito internet, JenniCam, la videocamera era costantemente accesa, offrendo ad intervalli regolari l’immagine statica più recente.

Prima gratuitamente, e poi con una quota d’iscrizione, i novelli internauti potevano seguire la vita privata della giovane, compresi i suoi momenti più intimi ed alcuni incontri sessuali.

Nato come un esperimento, il sito arrivò al suo picco con oltre 4 milioni di visite giornaliere prima di essere chiuso sul finire del 2003.

Fu così che Jennifer divenne la prima camgirl della storia di Internet.

Dalle camgirls a Onlyfans. L’intimità online

Da allora non sono soltanto passati più di 20 anni: ad essere cambiati sono Internet, i suoi utenti, la sua cultura e – come conseguenza diretta – l’intera industria pornografica, divenuta sempre più DIY.

Il termine camgirls si riferisce a un fenomeno in cui i performer sono di qualsiasi genere, età e orientamento sessuale, anche se la maggior parte è in effetti rappresentata da donne che si esibiscono per uomini eterosessuali.

Ebbene, alle camgirls si sono aggiunte le content creators di Onlyfans, la nota piattaforma su cui – previo abbonamento – è possibile accedere a contenuti e chat esclusive con persone che offrono materiale multimediale sessualmente esplicito.

Un mondo vasto e variegato quello del porno online che, se analizzato mettendo da parte qualsiasi giudizio morale, politico o ideologico, si offre come perfetta cartina tornasole dei trend e delle innovazioni tecnologiche poi adottate (se non già presenti) anche nell’ambito dei social media mainstream.

Il rapporto tra tecnologia, media e pornografia

Come viene sottolineato anche dallo storico e docente universitario statunitense Jonathan Coopersmith, il rapporto tra tecnologia, media e pornografia “precede l’invenzione della stampa”.

È dunque possibile individuare proprio nei consumatori di materiale pornografico i fautori dell’adozione di nuove tecnologie e supporti come early buyers and users, rappresentando un mercato di nicchia remunerativo per l’introduzione di nuovi servizi.

Inoltre, i profitti e la pubblicità ottenuta grazie alla produzione e distribuzione di pornografia hanno permesso all’industria di crescere esponenzialmente.

Questo è reso possibile soprattutto grazie ai margini di guadagno nettamente superiori rispetto ad altri tipi di prodotti e contenuti digitali.

Abbiamo visto lo stesso fenomeno ripetersi recentemente anche con l’AI (Artificial Intelligence) generativa, ovvero in grado di generare immagini, testi e video sulla base di un prompt.

In questo caso, l’intelligenza artificiale viene messa al servizio della pornografia (e dell’online dating) con lo stesso entusiasmo con cui gli utenti avevano precedentemente abbracciato la tecnica dei deepfake.

Oltre a riflessioni sulla tecnologia e le sue veloci (quanto preoccupanti) evoluzioni, il fenomeno del porno online, declinato nella sua categoria amateur con camgirls e account su Onlyfans, può dirci molto anche su fenomeni strettamente connessi alla comunicazione tout court.

Ad esempio, la vera novità del “fenomeno Onlyfans” non sono solo i suoi numeri da capogiro, ma la capacità della piattaforma di rivoluzionare la percezione che il pubblico (online ed offline) ha della pornografia.

Questo significa che produrre contenuti espliciti non è più qualcosa di riservato ad attori e attrici professioniste. E neppur a set creati ad arte da registi e case di produzione.

Oggi, per creare contenuti espliciti, bastano un comune smartphone e qualche nozione di personal branding ed online marketing per vendere in pochi minuti foto e video.

Siamo di fronte a contenuti che vanno dal lewd (termine utilizzato per descrivere contenuti a sfondo erotico in cui non vengono però mostrati genitali o atti sessuali) al NSFW (Not Safe For Work), con cui si indicano i contenuti invece espliciti.

Il tutto avviene con la semplicità con cui postiamo comuni selfie su altri social (come Instagram): e molto più comune, discussa e socialmente accettata è divenuta la pratica.

La sessualizzazione dei contenuti online

Ad essere sempre più sessualizzato è anche il resto dei contenuti che vediamo ogni giorno su Instagram, Youtube, Tiktok.

Da anteprime ammiccanti a titoli clickbait, passando per le curatissime fotografie di influencers in costume da bagno (spesso di un marchio promosso per una sponsorship), l’utilizzo di corpi e scenari sensuali non è una novità né nel mondo dell’intrattenimento né in quello della pubblicità.

Ancora una volta, la vera novità è il massiccio numero dei contenuti presenti. E il loro provenire, nella maggior parte dei casi, dalla stessa base di utenti che li consuma.

L’utilizzo di porn tropes per aumentare l’engagement (coinvolgimento) dei propri video è sempre più comune.

Tutto questo va braccetto con tecniche di promozione mirate a sfruttare al massimo ciò che gli algoritmi ricercano e promuovo: l’interazione degli utenti e le loro reazioni, che esse siano positive o negative.

Tutto sembra essere ormai lecito nell’attention economy: basta riuscire a tenere più occhi incollati allo schermo per più tempo possibile.

Di qui, l’importanza di riflettere su come – dietro il fenomeno delle camgirls e di Onlyfans – vi sia la stessa dinamica dei media, e delle relazioni tra pubblico e mezzi di comunicazione.

Giuliana Corsino
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 12.01.2024

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