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25 Aprile. Come i media manipolano i racconti

Eitan Bondì - Sparatoria 25 Aprile - Roma - Anpi - Comunità Ebraica

Come possiamo leggere la notizia di un certo evento? Quale significato possiamo attribuire al fatto che viene raccontato? Quale orientamento ci può essere dato da come la notizia ci viene proposta, attraverso un determinato medium?

Dare una risposta a queste domande ci è utile per leggere in modo critico le informazioni dei media. E per comunicare, a nostra volta, con cognizione di causa.

Per rispondere agli interrogativi ci vine in aiuto la notizia del fermo giudiziario di un giovane romano, Eitan Bondì, 21 anni.

Il giovane, agente immobiliare e raider nel weekend, iscritto all’università come studente di Architettura, è accusato di aver sparato il 25 aprile 2026 (a Roma) a una coppia di militanti dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi).

La sparatoria ha provocato solo lievi ferite alle due vittime. Lo sparatore, per fortuna, imbracciava una pistola ad aria compressa.

Si tratta di una pistola che può ferire, ma non uccidere.

Il gesto dello sparare, ripreso con le telecamere di sorveglianza, tuttavia, fa una certa impressione: è il gesto tipico di un’esecuzione.

L’analisi della notizia ci dà modo di confrontare come la narrazione sull’evento possa divergere, a seconda che a raccontare il fermo del giovane – e a ricordare l’accaduto – siano l’agenzia d’informazioni Ansa, oppure il Tg1 Rai delle ore 20.

Entrambe le notizie su cui voglio proporre qui una riflessione sono state pubblicate mercoledì 29 aprile 2026.

È lo stesso giorno del fermo del giovane Eitan Bondì, 21 anni, che si è qualificato come appartenente alla Comunità Ebraica di Roma.

Nella casa del giovane sono state trovate armi da fuoco “vere”, detenute in modo regolare per un interesse di Bondì alle armi per motivi sportivi.

Il racconto dell’agenzia Ansa

L’agenzia Ansa, come possiamo vedere dall’allegato che riporto per intero alla fine del paragrafo, dà la notizia come si fa in questi casi nelle redazioni dei giornali:

  • informazioni sul fermato
  • ricostruzione di quanto accaduto
  • ipotesi di una motivazione di quanto accaduto
  • reazioni delle organizzazioni coinvolte

Il tutto viene reso in forma narrativa, partendo dalla scena della sparatoria contro i due militanti dell’Associazione partigiani, con una pistola ad aria compressa.

L’articolo trasforma il ferimento della coppia di militanti dell’Associazione partigiani, compiuto con una pistola ad aria compressa, in un caso di tentato omicidio, caricandolo di un peso accusatorio estremo.

In questo, l’agenzia Ansa si allinea con le accuse ufficiali degli inquirenti che indagano sulla vicenda.

La narrazione dell’agenzia Ansa è tesa a capire se si tratti di un “gesto isolato”, oppure di una “deriva estremistica” organizzata.

Il testo del servizio Ansa opera una netta distinzione tra la Comunità Ebraica ufficiale (democratica e sgomenta) e le possibili frange radicalizzate. 

Dall’altro lato, citando sia l’Associazione nazionale partigiani e sia il giornalista Gad Lerner, l,’articolo lascia spazio alla possibilità che la sparatoria sia legata alla violenza di estremisti di religione ebraica.

Possiamo considerare l’articolo dell’Ansa – con una lettura basata sulla teoria del framing e sull’Analisi Critica del Discorso – equidistante e dal taglio informativo.

Come pubblico abbiamo gli elementi che ci possono interessare:

  • i fatti (sparatoria, indagini, arresto, accuse)
  • il contesto dei fatti e dei personaggi coinvolti
  • l’autore di reato, le vittime dell’atto criminale e gli attori della sicurezza
  • la collocazione – con i suoi tratti dubitativi – dell’autore di reato
  • le forze organizzate coinvolte (Associazione partigiani / Comunità Ebraica)
  • la possibile motivazione del gesto criminale, con tutti i dubbi del caso
  • gli interrogativi sulle cause e su eventuali collegamenti ad altre situazioni, utili per capire l’accaduto

Siamo nel caso tipico del giornalismo di cronaca. 

Possiamo formarci una nostra idea, che è frutto sia del racconto dell’agenzia Ansa, sia della nostra concezione delle situazioni di conflitto in determinati ambienti (interni ed esterni).

Possiamo, così, definire l’articolo dell’Ansa come un testo informativo.

Il racconto del Tg1 Rai delle ore 20

Diverso il modo in cui il Tg1 Rai delle ore 20, di mercoledì 19 aprile, confeziona nel suo insieme e colloca la notizia del fermo giudiziario di Eitan Bondì.

Il telegiornale Rai segue dapprima il canovaccio che caratterizza il servizio Ansa, nella dare la notizia del fermo del giovane romano.

Tuttavia, grazie all’accostamento tra il servizio di cronaca sull’evento e altri servizi tv, il taglio interpretativo muta in modo radicale.

Passiamo dall’ipotesi – sostenuta dai dati di cronaca – di un gesto isolato che si potrebbe collocare in atti di violenza di appartenenti alla Comunità Ebraica, a una vittimizzazione degli ebrei.

La successione dei servizi televisivi Rai è illuminante, a questo proposito:

  • la notizia dell’arresto dello sparatore (ebreo) e le ipotesi sul movente;
  • le reazioni all’evento e all’arresto del giovane;
  • il ferimento di due persone di religione ebraica a Londra (come atto di antisemitismo);
  • la condanna del governo israeliano, per voce del suo premier Netanyahu, dell’atto criminale a Londra
  • i bombardamenti in Libano e gli attacchi di Hezbollah (presentati come terroristi islamici) a Israele

Qui abbiamo l’applicazione di quel concetto – la induzione semantica – di cui parlo nel mio libro Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale, Cedam editore, 2014.

Cos’è l’induzione semantica? È l’aggiunta di un significato terzo che scaturisce dall’accostamento tra due o più elementi i quali – di per sé – non contengono quel significato terzo.

Nel caso dei servizi del Tg1 abbiamo questi elementi:

  • il fermo dello sparatore e la riproposizione del suo atto criminale,
  • la reazione della Comunità Ebraica di Roma, che condanna l’atto e parla di evento isolato,
  • il ferimento di due ebrei a Londra ad opera di una persona che la polizia britannica definisce affetta da problemi psichiatrici,
  • la reazione preoccupata del governo israeliano,
  • il ricordo che vi sono molti atti di violenza ai danni degli ebrei (dentro e fuori Israele),
  • la riproposizione dei bombardamenti in Libano, dove l’agente (Israele che bombarda) non viene nominato,
  • la sottolineatura degli attacchi degli islamici di Hezbollah contro Israele (qui l’agente è citato), presentati come azione di terroristi contro gli israeliani (gli ebrei) e non come reazione ai bombardamenti di Israele

A cosa assistiamo? A una narrazione articolata – un treno con vagoni tra loro connessi – che possiamo spesso riscontrare, che produce induzioni semmantiche e che possiamo collocare nell’ambito della diversione dell’attenzione.

Dall’arresto di un presunto criminale di religione ebraica – che potrebbe (il condizionale è doveroso) avere collegamenti con criminali estremisti ebrei di Roma – il Tg1 Rai ci sposta verso la vittimizzazione degli ebrei.

Il linguaggio televisico usaro trasforma, da parte sua, costruzioni sociali arbitrarie in fatti ovvi e indiscutibili.

Va detto con chiarezza – e ferma condanna – che l’antisemitismo esiste. Le violenze contro le persone di religione ebraica esistono. E tutto il popolo ebraico è sotto attacco.

Allo stesso modo, più popoli islamici sono sotto attacco.

Come la Storia ci insegna, dalla notte dei tempi a oggi, sono le élite economiche e politiche e militari a decidere, condurre e praticare la guerra. I popoli quella guerra la subiscono.

Detto questo, i servizi del Tg1 Rai sono illuminanti nel dimostrare alcuni punti fermi: è importante tenerli in mente, quando ascoltiamo (o leggiamo) le narrazioni dei media:

  • il frame con cui sono presentati gli eventi condizionano la loro rappresentazione, la loro interpretazione e quanto dei racconti si deposita nella nostra memoria. Tutto questo andrà ad alimentare le successive nostre idee su fatti simili;
  • l’uso del linguaggio determina sia i significati che le responsabilità delle azioni, mette in rilievo (e spesso nasconde) gli agenti che provocano i fatti, è dà così una lettura ideologica e pregiudiziale degli eventi;
  • la costruzione narrativa – protagonista, antagonista, conflitto e risoluzione del conflitto – determina la nostra lettura dei fatti raccontati e, anche qui, influenza il modo in cui leggeremo e interpreteremo successive narrazioni

Non è detto che il frame usato, il linguaggio impiegato e la costruzione narrativa messa in atto nei servizi giornalistici (come nei racconti di fiction) producano – tuttavia – l’esito voluto.

Può accadere spesso che, di fronte a una costruzione ideologica dei racconti, la reazione del pubblico sia di fastidio, sul piano emozionale. 

Questo porta a un rifiuto dei racconti, cogliendone la manipolazione.

La sedimentazione razionale del nostro sospetto essere manipolati, cosa produce?

L’esito è scontato: conduce a una delegittimazione della fonte che racconta. La fonte (giornalistica o di fiction) non viene più vista come credibile e autorevole, ma letta come manipolatoria.

Quale conclusione trarre da questo nostro viaggio nei racconti giornalistici sull’arresto dello sparatore del 25 aprile?

La conclusione è che la narrazione imparziale (accurata, scevra da pregiudizi, libera da intenti manipolatori) conferisce autorevolezza, prestigio e credibilità a chi la pratica.

Possiamo dire che – almeno alla lunga – la verità sostanziale dei fatti conviene più della scelta ideologica. Almeno per chi crede nel libero pensiero; e critica le posizioni di potere.

Qui per ideologia intendiamo, secondo la Critical Discourse Analysis, quella pratica discorsiva che costruisce determinate rappresentazioni del mondo.

Quelle rappresentazioni del mondo che sono capaci di servire interessi di potere specifici, agendo soprattutto sotto il livello della consapevolezza critica.

Maurizio F. Corte

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