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Oltre le etichette. Come trasformare la “diversità” in risorsa

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Nessuno è diverso al punto da non riuscire a rialzarsi. Ovvero, come trasformare le cadute in risorsa tra banchi e aziende.

Questo è stato il tema dell’incontro-laboratorio “Famiglia & Società”, alla Biblioteca comunale “Andrea Porta” di Mezzane di Sotto (Verona). Un incontro tra genitori e figli promosso dall’associazione ItaliaAdozioni APS, dal Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e dall’associazione ProsMedia.

L’iniziativa ha avuto il patrocinio del Comune di Mezzane di Sotto e della Biblioteca comunale.

La storia di ciascuno di noi

«Ho viaggiato molto e ho visto tantissime cose… ma l’unica che sa la mia storia sono io». Basterebbe la riga di un tema di seconda elementare per smontare l’impalcatura di etichette e categorie con cui gli adulti cercano di rassicurare se stessi.

La diversità non è una colpa, né una sostanza statica stampata nel patrimonio genetico: è una relazione, un confine sottile che esiste solo negli occhi di chi guarda.

Il laboratorio Famiglia & Società ha scelto di non nascondersi dietro le risposte di comodo. Attraverso la metafora e la guida letteraria di Capriole sotto il temporale (il romanzo di K.Rundell, Rizzoli 2018), l’incontro ha chiamato a raccolta genitori e ragazzi per capire quali difese mettiamo in atto quando la vita ci mette alla prova.

Dalla gestione del bullismo all’ambiente di lavoro, dalla delicatezza del percorso adottivo fino alla vita di ciascuno, emerge una verità ineludibile: per sopravvivere non serve tornare a essere quelli di prima, ma imparare a guardare il nuovo attraverso le proprie feritoie.

Il laboratorio ha offerto uno spazio profondo di riflessione, intrecciando i contributi dei relatori, le testimonianze dirette dei ragazzi e la voce dei genitori presenti.

La domanda guida che ha interpellato famiglie e giovani è questa: come stiamo e quali strategie abbiamo elaborato per arrivare fin qui?

Cos’è la diversità e perché talvolta ci sentiamo diversi

L’analisi parte dall’esperienza della protagonista del romanzo Capriole sotto il temporale, Will, cresciuta in una fattoria nello Zimbabwe. Lei è in totale armonia con la natura e priva di sovrastrutture, vicina al modello di un’infanzia selvatica alla Pippi Calzelunghe o irruenta come quella di Gianburrasca.

Per Will, la perdita improvvisa del padre rappresenta un ostacolo importante: non un semplice lutto affettivo, ma un vero sradicamento che la porta nel contesto grigio e stretto dell’Inghilterra.

Tuttavia, già nel suo Paese d’origine Will veniva vista come diversa perché non vestiva secondo i canoni convenzionali delle altre ragazzine. Dunque, la diversità sorge persino nel proprio ambiente natìo.

Nel confronto all’interno del laboratorio è emerso come il sentirsi diversi assuma forme differenti: la timidezza, l’irruenza schiacciata dal peso delle convenzioni o l’eccesso di perfezionismo per uniformarsi alle regole da cui ci si ribella spesso solo in età adulta.

Sebbene la diversità sia riconosciuta come una ricchezza, la discussione ha evidenziato come essa comporti una solitudine strutturale, acuta durante l’adolescenza.

Sul piano teorico, richiamando gli studi di Remotti e Anolli, si ha la possibilità di decostruire la narrazione dominante sull’identità. L’identità non è un monolite fisso o una sostanza statica, ma un processo dinamico e relazionale.

Idealizzare l’identità come qualcosa di immutabile genera illusioni difensive e scontri (Contro l’identità, Francesco Remotti, Lateerza 1996). Non si è intrinsecamente “diversi”; la diversità esiste sempre negli occhi e nella relazione con l’altro.

Nessuno è diverso in sé, ma lo diventa solo nel momento in cui entra in contatto con qualcuno che ha schemi mentali, culturali o comportamentali differenti dai propri (La mente multiculturale, Luigi Anolli, Laterza 2006).

La diversità si trasforma e se da una parte può dipendere in qualche modo dal patrimonio genetico, vi sono poi componenti altrettanto importanti quali l’ambiente, gli incontri, la formazione e le esperienze di vita.

Da altri laboratori emerge che i ragazzi adottivi mostrano spesso una forte ritrosia a parlare del “prima” a causa del dolore legato alle radici spezzate, conservando al contempo ricordi nitidi dell’arrivo in Italia.

In quest’ottica, la costruzione della sicurezza passa da “gesti simbolo”: il cappello messo in testa al nipote appena arrivato dal nonno, o le cure affettuose ricevute dalla figlia durante la malattia, fatto a cui non era abituata in istituto.

L’elaborazione della propria storia trova espressione esemplare nel tema scritto in seconda elementare da una ragazza presente: “Ho viaggiato molto e ho visto tantissime cose, dalla cima di una montagna alla pianura grazie ad un fulmine che mi ha fatto rotolare… ma l’unica che sa la mia storia sono io.”

Il romanzo Capriole sotto il temporale ci mostra la resilienza spontanea dell’infanzia: un percorso in cui, rotolando, si smussano le parti appuntite e ci si affida all’altro per mettere ordine nella propria narrazione. Trasformare la differenza in risorsa significa costruire una voce personale per non subire le categorie imposte dagli adulti.

La scuola e il fenomeno del bullismo

Il laboratorio alla Biblioteca comunale di Mezzane di Sotto ha evidenziato diffuse difficoltà nel dialogo con l’istituzione scolastica, talvolta percepita come rigida o impreparata.

Nel contesto attuale, il calo demografico spinge talvolta le scuole a sottovalutare od omettere la gestione di problematiche quali il bullismo per tutelare la propria reputazione e il numero di iscritti.

Come sottolineato da un’insegnante presente al laboratorio, mentre in passato il bullismo conosceva una tregua tra le mura domestiche. La pervasività dei dispositivi digitali espone oggi le vittime a uno stress continuo, senza alcuna interruzione, neppure a casa.

Cosa sta alla base della discriminazione? Spesso, la paura dell’immigrato e l’esclusione della diversità nascono da categorizzazioni economiche. Il gruppo dominante definisce la classificazione dei gruppi marginalizzati non solo in base al colore della pelle, ma attraverso dinamiche di potere e narrazioni mediatiche deumanizzanti (come accade nei confronti delle popolazioni Rom).

Nelle scuole, i bambini associano la diversa etnia con la povertà che viene accomunata alla mancanza di beni o strumenti tecnologici (Razzismi contemporanei. Sociologia del razzismo e delle migrazioni, Annalisa Frisina, Carocci 2018).

Che cosa fare? È necessario restituire ai bambini la consapevolezza del proprio corpo e del proprio spazio: questo è adesso il tuo paese, questo è il tuo mondo e devi trovare il modo di convivere con tutto questo.

Dati epidemiologici e dinamiche di rischio

I dati epidemiologici sul bullismo e sulla violenza giovanile delineano un fenomeno diffuso e dalle radici in primis relazionali.

Nelle scuole secondarie di secondo grado, la prevalenza del bullismo coinvolge circa il 10% della popolazione studentesca, ma il dato rivela forti disparità se si osserva la provenienza degli alunni: tra gli studenti con cittadinanza non italiana, infatti, la percentuale sale fino a picchi del 18,2%.

Analizzando la vulnerabilità per nazionalità, emerge un’incidenza superiore del 30-40% a danno degli studenti di origine filippina, cinese e indiana rispetto ai loro coetanei italiani.

A questo scenario si affianca l’incidenza del cyberbullismo: il 22,2% delle vittime di bullismo subisce forme di aggressione o molestia in rete.

Estendendo l’analisi alla fascia d’età tra gli 11 e i 19 anni, ben il 68,5% dei ragazzi dichiara un’esposizione ad aggressioni complesse (sia online che offline); la frequenza degli episodi è altrettanto preoccupante, con il 21% dei giovani che li subisce più volte al mese e l’8% che vi si trova esposto con cadenza settimanale o persino superiore (fonte: Openpolis sui dati di bullismo e cyberbullismo).

Un elemento centrale emerso dalle rilevazioni riguarda l’insorgenza di condotte violente in presenza di problematiche relazionali: la violenza giovanile tende, infatti, a concentrarsi dove le relazioni primarie si incrinano, raggiungendo oltre il 40% tra chi vive difficoltà con gli insegnanti, tra chi ha conflitti con pari e amici e in presenza di fragilità nel rapporto con i genitori.

Inoltre, si registra una sovrapposizione sostanziale tra diverse forme di vittimizzazione: tra chi è vittima diretta di atti aggressivi online, il tasso di condotte violente sale al 58,3% (fonte: CNR 2026).

Come sintetizzato dalla ricerca CNR, la violenza tra pari non è un fatto episodico ma un fenomeno trasversale che richiede interventi integrati su competenze emotive e dinamiche di gruppo tra scuola, famiglia e servizi territoriali.

Il mondo del lavoro

Nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro, le forme di esclusione assumono dinamiche più sottili e sotterranee.

Dalle testimonianze dei ragazzi è emerso come le esperienze pregresse di sofferenza o sradicamento orientino di frequente la scelta verso professioni di cura o verso la ricerca di un’autonomia professionale, dove l’attenzione all’altro e la resilienza sviluppata divengono fattori di competenza unici.

Tuttavia, l’inserimento lavorativo necessita di un superamento della narrazione retorica sull’indolenza giovanile: l’assenza di guida e la logica delle sole pretese prestazionali rischiano di tradursi in forme di isolamento o sfruttamento.

L’importanza di un alleato e il ruolo delle figure terze

Nel corso del laboratorio, la figura dell’alleato si è rivelata il vero snodo di svolta nelle traiettorie individuali: dall’insegnante referente della bimba alle elementari al compagno di vita paziente, fino alla figura della nonna dell’amico per la protagonista Will.

La resilienza non coincide con un mero “ritornare come prima”, ma nel diventare qualcosa di nuovo salvaguardando la propria essenza; le ferite emotive possono così trasformarsi in punti di apertura e visione.

Integrazione: il mentore a scuola e il Tutor sul lavoro

Sebbene il ruolo delle figure terze nella fase transizionale non sia stato del tutto sviscerato nell’incontro, l’analisi del contesto consente di concettualizzare l’importanza sistemica del mentore scolastico e del tutor lavorativo per i ragazzi che muovono i primi passi nella società.

Per quanto attiene il Mentore Scolastico come mediatore culturale ed emotivo si può affermare che nonostante la presenza di Linee guida per l’adozione o l’affido che richiedono la figura del referente per l’adozione negli istituti, la pratica scolastica risente spesso di un’applicazione burocratica.

Se c’è un mentore, agisce di solito di sua iniziativa senza un intervento di squadra. Invece va sottolineato quanto la presenza di un adulto significativo terzo – esterno alle dinamiche valutative immediate e alla sfera genitoriale – offra uno spazio sicuro dove rielaborare la rabbia o il senso di inadeguatezza, evitando che le difficoltà di integrazione sfocino in insuccesso formativo o devianza.

Discorso non così diverso per il Tutor Aziendale come catalizzatore di talento. Si deve riconoscere che spesso i giovani con storie di sradicamento o adozione possiedono spesso risorse d’adattamento, gestione dell’emergenza e sensibilità interpersonale superiori alla media, pur permanendo altri aspetti di fragilità.

Un tutor sul lavoro accogliente e competente ha la funzione di individuare questi talenti impliciti, canalizzandoli nella produttività aziendale.

Inoltre, nel mercato del lavoro, il tutor dovrebbe operare da scudo contro le forme di prevaricazione e garantire un inserimento graduale, evitando che la persona percepisca l’ambiente lavorativo come un contesto ostile o svalutante.

Il laboratorio a Mezzane di Sotto ha sottolineato la necessità di preparare in modo adeguato anche la rete parentale ed extra-familiare (come i nonni).

Come rimarcato nelle testimonianze di genitori e figli, c’è un abisso tra le famiglie che affrontano l’adozione affiancate da enti e associazioni e chi si trova a percorrere questo strada senza alcuna guida.

Senza un’adeguata formazione, infatti, si finisce spesso per usare, anche senza cattiveria, un linguaggio inappropriato che, anziché accogliere e integrare, rimarca la distanza e una presunta estraneità al nucleo familiare.

La fiducia come scelta e opportunità

Dall’analisi delle testimonianze emerge un messaggio chiaro: l’integrazione e la crescita personale richiedono fiducia, rifiuto dei confronti omologanti e la capacità di accogliere ogni storia nella sua unicità.

Ogni storia, compresa l’adozione, è un’opportunità e non un alibi o una scusa per non impegnarsi. D’altro lato non si può scaricare sul singolo individuo tutta la responsabilità della sua integrazione: vale molto il contesto sociale ospitale.

Come ricordato in chiusura di laboratorio, attraverso il pensiero del filosofo Edgar Morin (Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Cortina Ed.2015), ecco una riflessione che ci interpella tutti quanti: “Bisogna capire che ogni individuo è un’avventura inserita in un’avventura sociale, a sua volta inserita nell’avventura dell’umanità. La saggezza moderna deve essere capace di reinventarsi: non è la pura felicità da ricercarsi, ma l’arte di vivere attraverso la comprensione dell’altro.”

Roberta Cellore

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