È qualcosa di “profondamente osceno” interessarsi al true crime, a cominciare dal caso di Garlasco? Il true crime – da Garlasco alla strage di Erba, da Yara Gambirasio al caso di Milena Sutter – distrae davvero dal grande crimine organizzato? Distrae dalle mafie e dalle stragi in mare di migranti?
La risposta positiva la dà lo scrittore Roberto Saviano, in un articolo su Repubblica del 9 maggio 2026. È un articolo a tutta pagina.
Come giornalista e studioso che si interessa da oltre 15 anni di come i media rappresentano il crimine e la giustizia, mi sento di dissentire da quanto scrive Saviano.
La riflessione dello scrittore – autore del famoso libro Gomorra, a cui hanno fatto seguito film e serie tv – mi ricorda chi pensava, e magari pensa ancora, che leggere i quotidiani sportivi sia leggere un giornalismo di serie B.
Niente di più falso. Mio padre Walter, eccellente meccanico di automobili, grazie alla lettura quotidiana della Gazzetta dello Sport, sin da ragazzino, pur con solo la quinta elementare, aveva un’ottima conoscenza della geografia e della lingua italiana. E un’accellente capacità di analisi dei fatti.
Non solo. L’attenzione al calcio e alla Gazzetta dello Sport non gli impediva di coltivare i suoi ricordi e l’attenzione verso la Seconda Guerra Mondiale che – lui nato nel 1928 – aveva conosciuto da bambino e da adolescente.
Saviano e l’oscenità del true crime
“C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui un Paese intero, di nuovo, si è seduto a tavola davanti a Garlasco con tovaglio e forchetta”, scrive Saviano nell’attacco del suo articolo su Repubblica.
Poi in un altro passaggio scrive: “Il true crime non ha sostituito lo studio del crimine organizzato per caso, lo ha sostituito perché era utile sostituirlo”.
Secondo Saviano, l’attenzione al true crime è una forma di “distrazione di massa” dalle mafie e da stragi di migranti come quella di Cutro.
Vediamo le linee fondamentali della riflessione di Saviano:
Saviano denuncia la trasformazione del delitto di Garlasco in una “fiction oscena”, trattata dai media come una serie TV a puntate.
Il fenomeno del true crime in Italia ha generato un Paese di “giurati popolari permanenti” che confondono il tifo con la giustizia.
C’è un contrasto assordante tra l’iper-esposizione di vecchi casi privati e il silenzio mediatico su processi attuali come la strage di Cutro.
Casi come Garlasco e Avetrana sono diventati “brand del male”, toponimi narrativi svuotati della loro realtà geografica.
Questa narrazione privilegia contenuti a “rischio zero”, evitando temi complessi come la corruzione a Milano o il crimine organizzato.
Il racconto mediatico ignora le vittime reali, costringendo le famiglie a rivivere il trauma per alimentare l’audience.
Il sistema dei talk show e dei podcast simula la competenza, permettendo a chiunque di emettere sentenze senza studiare gli atti.
A differenza del porno, che si basa sul consenso, il true crime è un atto predatorio che tritura la presunzione d’innocenza.
L’analisi del crimine come fenomeno sociale e politico è stata sostituita da un voyeurismo che distoglie l’attenzione dalle responsabilità dello Stato in casi criminali, come la strage di migranti a Cutro.
Questa deriva è una “distrazione di massa” che consuma il bisogno civile di verità riducendolo a mero intrattenimento.
Limiti e pregiudizi di Saviano
C’è un limite – grave a mio parere – nella posizione di Roberto Saviano: considerare il pubblico che segue il true crime come una massa di cretini.
La massa di cretini seguirebbe, come capre attratte dallo zucchero, gli eventi del true crime.
In questo modo, la massa sarebbe distratta dal crimine organizzato e dalle stragi in mare avvenute anche per colpa di pezzi dello Stato, come coloro che sono preposti al salvataggio di chi è in pericolo in mare.
C’è una visione elitista in questa posizione dello scrittore di Gomorra, a cui va certo il merito di insistere sul crimine organizzato e le mafie.
La visione elitista del pubblico – quello dei tifosi scemi e affascinati dall’oscenità e quello delle persone informate e competenti – riflette, a mio parere, un pregiudizio di fondo.
È lo stesso pregiudizio che distingue la cultura alta e la cultura dell’industria culturale e popolare.
Gli studiosi dei media e i semiotici sanno, invece, che l’industria culturale – anche quando è detestabile e di scarso valore – non merita né di essere derisa, né di essere demonizzata.
Ci sarebbero, per questo, alcune domande da porre a Saviano:
- È più cittadino consapevole chi si interessa delle mafie rispetto a chi si interessa del true crime?
- È più cittadino sensibile al sociale e all’umano chi si interessa di stragi in mare rispetto rispetto a chi si interessa di terrorismo?
- Solo chi si interessa di mafie e stragi in mare ha capacità di giudizio, mentre chi si appassiona al true crime è un tifoso ignorante e incapace di articolare una propria posizione logica e argomentata sui fatti criminali e giudiziari?
Alla luce della mia inchiesta sul caso di Lorenzo Bozano e di Milena Sutter (Genova, 1971), che possiamo definire adesso true crime, ho imparato tanto e studiato moltissimo: questa competenza e conoscenza mi consentono di leggere al meglio le analisi e le notizie sulle mafie, sulla corruzione e anche sulle stragi in mare.
Perché sono importanti i casi criminali
Il fatto che le storie true crime riscuotano tanto interesse ci porta a sottolineare tre aspetti assai interessanti della curiosità per il crimine e i casi giudiziari.
Il primo aspetto è che se le persone si interessano di casi criminali e giudiziari sviluppano (o mantengono) l’attenzione su un ambito – quello del crimine, della giustizia e della sicurezza – che è trasferibile anche alle mafie e alle stragi in mare.
Se una persona legge la Gazzetta dello Sport oppure un fumetto che intrattiene ha certo più probabilità – e anche più competenza – di leggere un romanzo, rispetto a chi non legge nulla.
Il secondo aspetto è questo: chi si interessa al true crime – assieme a informazioni distorte, false e di curiosità immonda – ha comunque modo di conoscere i meccanismi delle indagini, della giustizia e del rapporto tra scienza e giudizio penale.
Proprio la curiosità per un certo fatto (l’ho notato anche in me stesso) porta ad alzare la richiesta di analisi accurate, di voci di esperti, di racconti sostanziosi e rigorosi.
C’è di sicuro chi si ferma solo al gossip sul crimine, così come c’è chi si ferma al porno, senza sviluppare interesse erotico e sentimento nel fare all’amore. Ma c’è anche chi sale di livello.
Il terzo aspetto è che vi è il diritto di dibattere comunque sui casi di true crime, così come si dibatte di politica spicciola. Dovremmo allora mettere alla berlina chi ama il gossip politico, perché non ha niente a che vedere con gli studi di scienza politica? Oppure con le analisi dei rapporti di potere tra organizzazioni?
Il giornalismo tra Shakespeare e Trapattoni
Un grande giornalista di Verona – Carlo Bologna, musicologo, per anni presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto – a un corso di giornalismo, nel 1979, pronunciò una frase che ancora ripeto nel mio insegnamento al Master in Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale.
Ecco la frase, che Bologna ci disse dopo aver fatto una comparazione tra le notizie date quella mattina dai giornali radio Rai e le prime pagine dei grandi quotidiani: “Un bravo giornalista sa chi è Shakespeare, ma sa anche chi è Trapattoni”.
Aggiornata a oggi, potremmo metterla così quella frase: “Un bravo giornalista si interessa e conosce le mafie, le stragi in mare, i genocidi; ma presta attenzione anche al caso di Garlasco piuttosto che alla strage di Erba”.
La menata, poi, ripresa da Saviano, che i processi si fanno solo in tribunale e che debbono trattarli solo magistrati e avvocati e giornalisti giudiziaristi specializzati, ci porta a un’ultima considerazione.
La considerazione è questa: la giustizia è una cosa così seria che la debbono trattare solo gli esperti? Oppure la giustizia è un territorio delicato che il popolo non può permettersi di trattare?
Perché se la risposta alle due domande è positiva, allora si rica nei privilegi e nelle visioni delle élite. O forse si teme che il dibattito popolare critichi la magistratura e l’avvocatura e i giornalisti di giudiziaria, come mette sotto osservazione il mondo della politica.
Maurizio F. Corte
(Nella sintesi dell’articolo di Saviano, l’autore ha utilizzato Gemini, modello di Intelligenza Artificiale, verificandone il risultato)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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