Uno dei primi gesti, al mattino, quando la nostra giornata ha inizio, è di prendere in mano il telefono cellulare.
Che si tratti di leggere l’ora, di spegnere la sveglia o di scrollare il display su una piattaforma social, è con un medium comunque che tutto comincia.
Nato per farci chiamare con la voce qualcuno dall’altra parte della città o del mondo, lo smartphone è finito con l’essere tutto tranne che un telefono.
Gli stessi media sono diventati per essere tutto tranne che solo dei mezzi di comunicazione.
I media sono, di fatto, il nostro mondo. Lo sostanzianio, lo ampliano e lo delimitano.
Le stesse istituzioni e le situazioni con cui ci misuriamo – il lavoro, lo Stato, i servizi pubblici, persino la religione e la guerra – sono condizionate dai media.
Si parla infatti di mediatizzazione della realtà, come di qualche cosa di strutturale.
Scrive la studiosa Brigitte Jordan, in un suo paper accademico, scrive: “Man mano che Internet e il World Wide Web proliferano, le persone vivono vite sempre più ibride in cui il fisico e il digitale, il reale e il virtuale, interagiscono”.
“In questo mondo, le identità online e offline possono sovrapporsi e compenetrarsi“, prosegue Jordan, “cancellando i precedenti confini negli ambiti sociale, culturale, linguistico, politico ed economico”.
L’immersione nei social media
Ecco che, nel tempo del digitale, molti di noi accedono alle piattaforme social con una precisa, ma errata, convizione: quella di esercitare una totale libertà nello scegliere, creare e condividere contenuti.
Al contrario, lo studioso James Webster analizza le dinamiche dei media contemporanei descrivendole come un vero e proprio “mercato dell’attenzione”.
In questo mercato, i social media competono in maniera feroce, sia tra loro che con i media tradizionali, per catturare e trattenere il nostro tempo di fruitori delle piattaforme come TikTok oppure Instragram e Facebook.
La libertà che pensiamo di avere online è, allora, in gran parte un mito.
I siti web e le piattaforme social sono progettati per riconoscere subito la nostra presenza.
Il loro primo compito è di mettere all’asta la nostra attenzione a beneficio degli inserzionisti; e proporci pubblicità mirate nel giro di una frazione di secondo.
Questa vendita del nostro tempo ai pubblicitari non nasce con i social media.
Vengo da oltre 45 anni di giornalismo su carta stampata. Iniziai a scrivere sul quotidiano L’Arena di Verona nel febbraio del 1978, a 21 anni.
I giornali, allora come oggi e come molto prima, raccoglievano il nostro tempo e lo vendevano a chi comprava spazi pubblicitari.
L’obiettivo: grazie alla nostra attenzione, volevano che comprassimo un servizio oppure un prodotto.
Il sovraccarico di informazioni
Quello a cui oggi assistiamo – grazie alla convergenza dei media realizzata dal digitale, ovvero il linguaggio dei numeri – è un sovraccarico di informazioni.
Tant’è che la nostra attenzione è diventata una merce rara e assai pregiata. E noi ci sobbiarchiamo un carico cognitivo, mentale, impensabile solo fino a una dozzina di anni fa.
A causa della quantità travolgente di contenuti disponibili, abbiamo una capacità molto limitata di fare scelte logiche e razionali.
Per questo motivo, finiamo per affidarci ad algoritmi invisibili che ci guidano verso contenuti selezionati con un unico scopo: trattenere il nostro sguardo.
Le nostre interazioni, che sembrano tanto personali e uniche, si traducono in comportamenti di massa che le aziende misurano tramite i “Big Data”.
È attraverso i nostri dati – raccolti via social – che quelle imprese possono esercitare un controllo sempre maggiore sui nostri consumi; e massimizzare i profitti pubblicitari.
In alcune situazioni, i dati raccolti hanno uno scopo di dominio – se non addirittura di morte – verso le persone.
Lo racconta bene, e lo dimostra, il libro Laboratorio Palestina, del giornalista d’inchiesta Antony Loewenstein
Il complesso militare-industriale di Israele utilizza i Territori Occupati palestinesi come banco di prova per le armi e le tecnologie di sorveglianza che esporta in tutto il mondo.
Per oltre cinquant’anni, infatti, l’occupazione illegale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza ha fornito allo Stato israeliano un’esperienza formidabile nel controllo di una popolazione “nemica”, i palestinesi.
Come uscire dallo stato di “automaticità”
Questa ingegneria dell’attenzione – in cui ci troviamo impigliati con i social media, attraverso lo smartphone o il computer – si lega a un concetto fondamentale elaborato da James W. Potter: lo stato di “automaticità”.
Le grandi organizzazioni mediatiche strutturano i loro contenuti sui social affinché vengano consumati con il minimo sforzo mentale.
Attraverso pratiche standardizzate, ci condizionano a un’esposizione abituale e ripetuta. In questo modo, inducono uno stato mentale in cui assimiliamo e rispondiamo ai messaggi senza alcuna riflessione critica.
Quando perdiamo la cognizione del tempo facendo scrolling compulsivo su Instagram o Facebook – oppure guardando video in sequenza su YouTube – stiamo sperimentando proprio l’automaticità.
Questo stato passivo ha conseguenze rilevanti sulla nostra costruzione della realtà: le ricerche evidenziano che siamo molto più suscettibili alla persuasione (e alla manipolazione) quando ci limitiamo ad assorbire i messaggi senza fermarci a riflettere su di essi.
Possiamo ben dire, anche in questo caso, che la fretta è una assai cattiva consigliera dei nostri giorni. E delle nostre abitudini mediatiche.
Cosa fare allora?
Cominciamo con il rompere questa abitudine. Usciamo dalla dall’automaticità: solo così possiamo tornare a fruire dei media in modo consapevole e democratico.
È solo in questo modo che possiamo liberarci della tirannia dei social media, dove le emozioni sovrastano – influenzandoci nel profondo – la riflessione critica.
Maurizio F. Corte
(per la ricerca, l’autore ha utilizzato il modello di Intelligenza Artificiale Notebook LM)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e del Master in Comunicazione Europea, Media e Giornalismo Interculturale
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