Poche persone influenzano la vita di qualcuno più di una buona maestra. La mastra è colei che aiuta gli studenti a scoprire le proprie potenzialità, osservandoli dall’esterno e incoraggiandoli a spiccare il volo.
Nessuno è vincolato alle proprie radici: la scuola dovrebbe smussare le disuguaglianze.
Purtroppo, ancora oggi, a parità di capacità e risultati, gli studenti provenienti da contesti più fragili sono spesso indirizzati verso percorsi tecnici anziché liceali.
Come mai? La professoressa Michela Carlano, professoressa alla Harvard Kennedy School e direttrice di LEAP-Bocconi, che ha studiato le disuguaglianze e gli stereotipi, ci offre alcune risposte, evidenziando differenze legate al background familiare, alla nazionalità e al genere.
Famiglie e insegnanti: chi fa davvero la differenza
Le famiglie con genitori diplomati o laureati sostengono attivamente il percorso scolastico dei figli, mentre nelle famiglie con difficoltà economiche il sostegno può essere meno evidente. Il contesto sociale, però, gioca un ruolo altrettanto decisivo: gli insegnanti sono chiamati a stimolare curiosità e motivazione soprattutto negli studenti che incontrano maggiori difficoltà.
Il loro lavoro è cruciale. In un’epoca di rapidi cambiamenti, gli insegnanti rimangono un punto di riferimento per bambini e adolescenti, esposti a incertezze continue. Devono confrontarsi con nuove tecnologie, immigrazione, social media e bisogni educativi speciali, spesso senza strumenti adeguati. Eppure, la società li carica anche della responsabilità di promuovere uguaglianza e meritocrazia, principi fondamentali dello stato di diritto.
A questo si aggiunge il problema del riconoscimento economico: un insegnante italiano guadagna in media il 16% in meno rispetto ai colleghi europei con pari esperienza, e meno dei tre quarti rispetto ad altri lavoratori laureati in Italia.
Naturalmente, sarebbe opportuno considerare anche il numero effettivo di ore lavorate: quante ne svolge un laureato in discipline STEM rispetto a un insegnante? E come si confrontano le ore di un docente italiano con quelle di un collega britannico?
Oltre alla formazione e alla sensibilità individuale, esiste dunque un più ampio problema di riconoscimento del ruolo dell’insegnante, che passa anche – e necessariamente – dal riconoscimento sociale.
Studenti italiani e stranieri: il gap linguistico
L’integrazione passa innanzitutto dall’istruzione e dalla padronanza della lingua italiana, capitale umano essenziale per comunicare, inserirsi nella società e accedere a nuove conoscenze. Dopo la scuola primaria, tutti i percorsi scolastici danno per scontata questa competenza. Uno svantaggio linguistico precoce rischia quindi di diventare permanente, e il fenomeno riguarda anche studenti italiani in contesti vulnerabili.
I cosiddetti “immigrati di seconda generazione” e i minori arrivati dall’estero in età scolare devono adattarsi a un nuovo sistema educativo e colmare gap culturali e linguistici. Purtroppo, spesso ricevono un sostegno insufficiente: i ragazzi tendono a essere orientati verso istituti tecnici e professionali, mentre le ragazze, se motivate e con buone capacità, riescono talvolta a intraprendere percorsi liceali.
Programmi sperimentali hanno dimostrato che il supporto di un mentore, anche coetaneo, può fare la differenza, permettendo agli studenti di ottenere risultati significativi. Inoltre, come sottolinea il premio Nobel James Heckman, gli investimenti nei primissimi anni di vita, come l’accesso agli asili nido, sono tra i più efficaci per ridurre i divari linguistici e culturali, contribuendo all’equità a lungo termine.
Studenti e studentesse: il divario nelle materie STEM
In molte nazioni, i ragazzi ottengono risultati migliori delle ragazze in matematica e scelgono più spesso professioni STEM. Tuttavia – prosegue la dottoressa Carlano – nella prima infanzia non esistono differenze innate né in abilità numeriche, né in logica: il divario emerge a causa di fattori ambientali e culturali.
Insegnanti e genitori possono, spesso senza rendersi conto, trasmettere stereotipi che scoraggiano le bambine, minando la fiducia nelle proprie capacità. Per contrastare il gap, è fondamentale intervenire già nelle prime esperienze scolastiche: ridurre l’ansia matematica, incoraggiare la partecipazione attiva delle studentesse e stimolare curiosità e problem solving anche fuori dall’aula.
Le ricerche evidenziano messaggi subliminali che penalizzano le ragazze, come:
- chiamate alla lavagna soprattutto dei maschi;
- interpellare maschi per domande complesse;
- tono meno incoraggiante con le femmine;
- maggiore severità nelle correzioni;
- valutazioni più basse a parità di prestazione.
Lo scopo delle ricerche fatte negli ultimi anni in Italia o a livello internazionale, aggiunge la professoressa, è fornire dati da presentare agli insegnanti perché si rendano conto del diverso approccio adottato per ciascun studente. Come già avviene in certe realtà scolastiche, si auspica un’attenzione mirata alle studentesse attraverso la diffusione di spazi di confronto e di supporto per amare le materie STEM. Lo scopo primario è renderle consapevoli, in quanto ragazze, di essere dotate di affinate soft skills che, abbinate alle competenze STEM, possono fare la differenza sia nel lavoro di ricerca, sia di esposizione dei risultati.
Cosa devono fare istituzioni e politici
Ogni giorno gli insegnanti affrontano la responsabilità di preparare una nuova generazione a un futuro incerto. Per questo la società e la politica, insiste la dottoressa Carlano. devono ascoltarli e sostenerli, con:
- formazione continua e adeguamento salariale;
- ampliamento degli asili nido per colmare il gap linguistico e culturale fin dall’infanzia;
- potenziamento dell’orientamento scolastico;
- ripensamento dei licei per ridurre la segmentazione e le disuguaglianze;
- diffusione di programmi di mentoring come il Tutoral on Line Programme (TOP);
- dialogo tra scuola, mondo del lavoro e istituzioni per favorire integrazione socio-economica.
La mancata integrazione genera minoranze svantaggiate, destinate a precarietà e marginalità, mentre un percorso inclusivo produce adulti in grado di contribuire alla coesione sociale e alla crescita economica.
La scuola che vogliamo
Conclude Carlano affermando che gli studi confermano il ruolo cruciale della scuola nel contrastare le disuguaglianze e favorire l’inclusione. Ma perché ciò avvenga davvero, è necessario riconoscere che non tutti i bambini partono dallo stesso punto e che l’intersezione tra età, genere e origine familiare produce divari che richiedono risposte mirate.
Un bravo insegnante può fare la differenza nella vita di uno studente. La questione riguarda anche il riconoscimento sociale e l’attrattività della professione, con conseguenze in termini di stabilità del personale docente. Una particolare attenzione andrebbe ad attirare i migliori nelle materie STEM e a valorizzare la componente femminile che si avvicina al mondo digitale.
Altro punto fondante è che l’integrazione passa dall’apprendimento dell’italiano. Tutti i bambini devono raggiungere la sufficienza altrimenti tutti gli altri investimenti a margine sono inutili. Dobbiamo essere consapevoli che l’integrazione linguistica richiede investimenti massicci e precoci, investimenti che danno ritorni sociali apprezzabili in una ventina d’anni.
Roberta Cellore
- Roberta Cellore è la curatrice dei libri Cara Adozione (2016) e Cara Adozione 2 (2022) editi da ItaliaAdozioni. Puoi trovare i libri sul sito di ITALIAADOZIONI
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