C’è un “clima d’odio” in Italia?
La risposta è semplice: non c’è alcun clima d’odio. Ci sono, semmai, alcuni “imprenditori della paura” che vogliono far credere che vi sia odio, che puntano a creare odio, che – per trarne ventaggio – giocano al tanto peggio, tanto meglio.
È un film mediatico e politico già visto.
Non a caso è stata tirata in ballo anche la stagione degli Anni di Piombo, ovvero i decenni dal 1969 (strage di Piazza Fontana, a Milano) al 1993, con gli attentati a Firenze, Milano e Roma.
Tornano gli Anni di Piombo?
Avendo vissuto e studiato gli Anni di Piombo, posso senza alcun dubbio affermare che oggi siamo di fronte a un chiaro tentativo di manipolazione della pubblica opinione.
Il terrorismo in uno Stato non accade, non si sviluppa e non fa danni se non vi sono alcune condizioni:
- la presenza di persone che si prestano ad atti di terrorismo, ovviamente
- servizi di intelligence e di polizia incapaci (non è il caso dell’Italia) e/o conniventi con il terrorismo (basta anche solo lasciar fare, non occorre infiltrarsi nei gruppi per orientare il terrorismo)
- l’interesse di una o più potenze straniere che, manovrando i terroristi (con degli infiltrati) e avendo appoggi nei servizi di intelligence e polizia, riescono a destabilizzare un Paese straniero
- l’appoggio di forze politiche importanti (al governo e/o all’opposizione) che hanno interesse al terrorismo
Tutte queste condizioni non sono, per fortuna, presenti in Italia.
Gli imprenditori della paura attraverso i media
È evidente che predicare il catastrofismo, il pessimismo, l’emergenza di un supposto clima di odio ha un solo obiettivo: distogliere l’attenzione dai problemi sociali ed economici di una società assai ingiusta.
Gli “imprenditori della paura” utilizzano temi come l’immigrazione, l’Islam, il terrorismo per creare ansia, insicurezza e incertezza nella pubblica opinione.
In questo modo, i poveri non protestano, chi sta male pensa ad altro, le riforme non vanno avanti.
Quando vi è incertezza, peraltro, i messaggi dei media sono più efficaci. Ce lo dice la teoria della dipendenza cognitiva dai media.
Quando vi è ansia e insicurezza, cerchiamo punti di appoggio in chi ci rassicura e in chi ci conferma nei nostri pregiudizi.
A fronte di questa situazione, e vedendo l’impegno di opinion leader a incrementare il pessimismo e l’ansia sociale, è fondamentale un impegno di giornalisti e giornaliste, comunicatori e comunicatrici, persone di cultura per un’informazione critica, libera da condizionamenti e attenta alle fonti delle notizie allarmistiche e ansiogene.
Un piano editoriale contro la manipolazione
Come associazione culturale ProsMedia abbiamo un piano editoriale che tratta temi sociali e temi legati ai media.
Iscrivendovi – se già non siete iscritti – alla newsletter mensile del Centro Studi Interculturali – Università di Verona, trovate anche il richiamo di alcuni articoli del magazine di ProsMedia.
Da parte mia, come giornalista e studioso dei media, ho avviato – sinergico con ProsMedia e il CSI – una newsletter settimanale su Substack che si occupa di Media Literacy, Comunicazione Interculturale nei Media, Etica dell’IA e Giornalismo.
L’obiettivo non è quello di seminare banale ottimismo. L’obiettivo è di smascherare le narrazioni mendaci che vogliono metterci paura, alimentare lo scontro, ingigantire i problemi.
Noi vogliamo andare, come sempre, in un’altra direzione: quella della fruizione critica dei media, di una comunicazione empatica, di una mediazione dei conflitti.
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Maurizio F. Corte
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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