Vai al contenuto
Home » News » Come leggere la cronaca nera senza farci abbagliare la mente

Come leggere la cronaca nera senza farci abbagliare la mente

Media-Crimine-Cronaca-Nera-Giornali-Foto-di-Silviu-on-the-street-da-Pixabay-icsilviu-men-6245003_640

Il delitto di Garlasco è l’ultimo clamoroso esempio di come la cronaca nera catturi milioni di persone. E li affascini.

Si sono scomodati giornalisti e scrittori – Roberto Saviano in testa – per criticare la mania degli appassionati di delitti e misteri. Tanto da catalogarli tra i “guardoni” dei media del delitto, paragonandoli agli appassionati di pornografia.

Eppure non è da oggi che ci appassioniamo – chi lo fa in modo maniacale, chi conquistato dalla stranezza di un caso – alla cronaca nera.

La prima mediatizzazione multimediale del delitto la possiamo collocare nel caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano (Genova, maggio 1971).

C’è tuttavia una storia plurisecolare di attaccamento della pubblica opinione al giornalismo di “nera”.

L’invasione mediatica, che la cronaca dei delitti e delle indagini ha fatto anche oggi sui social media, ha quindi radici antiche.

Perché è importante riandare al passato del giornalismo dei delitti? Perché solo così possiamo fruire dei media che trattano di cronaca nera, senza farci addormentare rispetto ai temi del crimine, della sicurezza e della giustizia.

Tematizzare come i media hanno raccontato il crimine e la giustizia nel passato è un percorso utile (oltre che interessante), per non essere lettrici e lettori passivi.

Quello che dobbiamo evitare è di essere addormentati rispetto ai diritti civili, ai giochi di Potere, agli interessi economici e ideologici che la cronaca nera porta comunque con sé.

La cronaca nera, passione del Settecento inglese

Colchester, Inghilterra, 1765. Una serie di rapine mette in allarme la cittadina. Non sono più numerose del solito, ma il modo in cui vengono raccontate cambia tutto.

Il Chelmsford Chronicle le racconta con toni sopra le righe, rapina dopo rapina, fino a far percepire alla popolazione un’emergenza che i fatti, da soli, non giustificano.

Nessun lettore di Colchester ha visto più di un furto con i propri occhi. Eppure, settimana dopo settimana, la città intera si convince di vivere sotto assedio.

È uno degli esempi più antichi che gli studiosi della comunicazione conoscano di crime wave (ondata criminale) amplificata dalla stampa.

Lo storico Sharpe lo cita come prova che, già nel Settecento, un giornale poteva trasformare una manciata di furti in un allarme sociale diffuso.

Due secoli e mezzo dopo, il meccanismo non è cambiato. È cambiato solo lo strumento.

Ian Marsh e Gaynor Melville, nel libro Crime, Justice and the Media, fanno partire la loro ricostruzione proprio da qui: dalla fine del Settecento.

È il tempo in cui la rivoluzione industriale – e le rivoluzioni democratiche di Francia e Stati Uniti – danno forma a quella che i sociologi chiamano “società moderna”.

È lo stesso periodo in cui nascono le scienze sociali. È il periodo in cui nasce la prigione come la conosciamo oggi. Ed è lo stesso tempo in cui la stampa comincia a diventare, per la prima volta nella storia, un mezzo di massa.

Le tre cose non sono slegate. Una società che si dota di tribunali, carceri e codici penali moderni è anche una società che comincia a studiare se stessa. E che ha bisogno di raccontarsi le proprie paure.

La stampa, fin dall’inizio, trova nel crimine una materia prima perfetta: c’è un fatto semplice da capire, è facile da drammatizzare, è capace di tenere il lettore incollato alla pagina giorno dopo giorno.

Marsh e Melville, richiamando lo storico dei media Curran, ricordano come nel corso dell’Ottocento la stampa britannica costruisca la propria indipendenza proprio attraverso i ricavi commerciali.

È importante notare la connessione tra comunicazione di massa e bilanci finanziari, tra notizie e incassi.

Più il giornale vende, meno dipende da un editore compiacente, da un partito, da un finanziatore esterno.

È una libertà reale, quella conquistata dalla stampa vittoriana. Tuttavia è una libertà che si paga con la necessità costante di vendere copie, ogni giorno, ai lettori di ieri e a quelli nuovi.

Inutile dirlo: niente vende copie come una storia di sangue lasciata a metà. La gente è coinvolta nella storia del colpevole non ancora preso, nel mistero da seguire puntata dopo puntata, settimana dopo settimana.

Il crimine, insomma, non è mai stato solo cronaca. È stato, fin dall’inizio, anche un modello di business.

La stessa indipendenza di cui la stampa va fiera, a ragione, nasce in parte proprio da questo meccanismo.

La cronaca nera – lo dico da giornalista che ha mosso i primi passi nel febbraio 1978 – è un settore nobile del giornalismo. Non è il retrobottega. Come settore nobile, che accende fari sulla società, la “nera” va trattata.

Chi forma davvero l’opinione pubblica

C’è un dato, citato dagli studiosi Marsh e Melville nel libro Crime Justice and the Media (Routledge, 2019), che vale la pena riportare per intero.

In uno studio del 2001 sulla cronaca nera negli Stati Uniti, il ricercatore Dorfman ha chiesto alle persone da dove traessero le proprie opinioni sul crimine.

Il 76 per cento ha risposto: dai media. Solo il 22 per cento ha indicato l’esperienza diretta.

È un numero che merita una pausa. Vuol dire che, per tre persone su quattro, “sapere” cosa sia il crimine, quanto sia diffuso, chi lo commetta, non deriva da ciò che hanno vissuto. La conoscenza dei fatti deriva da ciò che hanno letto o visto raccontare.

La nostra idea di sicurezza, prima ancora di essere un’esperienza, è una narrazione che qualcun altro ha scelto per noi.

Questo non è un fenomeno di Internet, né dei telegiornali del dopoguerra.

Era già così ai tempi del Chelmsford Chronicle, nel 1765. Allora nessuno dei lettori e lettrici di Colchester aveva visto con i propri occhi più di una rapina, eppure tutti si sentivano circondati da rapinatori.

È cambiata solo la velocità con cui la narrazione raggiunge il pubblico. Non la sua natura.

Oggi abbiamo TikTok e Instagram, X e Facebook. La logica resta sempre la stessa, anche se sono cambiati i mezzi e i tempi di diffusione.

Il pubblico non si informa e basta. Guarda

C’è un secondo elemento, che lo studioso italiano Marino D’Amore, in Media e Crimine (Primiceri editore, 2020) chiama voyeurismo mediatico.

Il pubblico non vuole soltanto sapere cosa è successo. Vuole vedere, quasi partecipare da vicino a una vicenda che, per fortuna, resta a distanza di sicurezza.

Il caso di Garlasco è emblematico: grazie ai canali social e a YouTube abbiamo una partecipazione di massa alle indagini. Esperti, acuti osservatori, studiosi si mobilitano per dire la loro visione del delitto.

Perché la cronaca nera appassiona così tanto? È un fatto che il crimine raccontato dai media offre qualcosa che la cronaca economica o quella politica offrono di rado: un accesso emotivo alla paura, alla colpa, alla giustizia che, a volte, arriva.

È un meccanismo antico quanto le piazze in cui si eseguivano le condanne pubbliche, prima ancora che esistesse la stampa su carta.

I giornali dell’Ottocento non hanno inventato questo bisogno. Lo hanno intercettato, gli hanno dato una forma scritta, quotidiana, vendibile.

Proprio per questo lo studioso D’Amore, nelle conclusioni del suo lavoro, non si ferma alla denuncia del meccanismo. Chiede qualcosa di più utile: che comunicazione e comprensione tornino a camminare insieme.

È importante che il pubblico impari a distinguere l’informazione dal semplice consumo di emozioni forti. In questo senso, il dibattito su indagini e giustizia può essere fecondo.

A pensarci bene, è lo stesso obiettivo che muove questo mio lavoro divulgativo – di media literacy – sul rapporto tra crimine, giustizia, sicurezza, conflitti e media.

Quello che in pochi osano dire

Partiamo da un’affermazione che mi sento di proporre qui: è comodo, ma sbagliato, pensare che i social media abbiano “inventato” lo spettacolo del crimine.

I social ne sono l’ultima tappa, non l’origine. Ne hanno moltiplicato la velocità e la portata, questo è vero, ma non la logica.

Qui arriva il punto scomodo, quello che la retrospettiva storica degli studiosi Marsh e Melville aiuta a mettere a fuoco meglio di qualunque discorso sulla tecnologia.

La responsabilità di questo meccanismo non è mai stata solo tecnologica. È sempre stata anche, e soprattutto, economica.

Nell’Ottocento decideva il direttore del giornale cosa amplificare. Il direttore decideva quale rapina raccontare per tre giorni di fil; e quale ignorare in tre righe.

Oggi la decisione è nelle mani di chi possiede la piattaforma, di chi scrive l’algoritmo, di chi sceglie cosa mettere in homepage o in cima al feed.

Cambia il nome di chi comanda. Non cambia il fatto che qualcuno, sempre, comanda.

Riconoscere questa continuità storica non serve a giustificare il presente.

Serve, al contrario, a smontare l’alibi più comodo che il presente si è costruito: quello per cui basterebbe “regolare i social”. E così risolveremmo il problema dello spettacolo del delitto.

Il fatto è che il problema del “crimine spettacolo” e della “giustizia spettacolo” la stampa a pagamento la porta con sé da due secoli e mezzo. Nessuna piattaforma ha creato da zero il fenomeno.

Ogni giorno tanti di noi debbono leggere e capire molto in poco tempo: c’è la professionista, l’insegnante e chiunque tenga in mano lo smartphone tra una riunione e l’altra.

Lo smartphone sempre più spesso è uno strumento di lavoro. Non è più un giocattolino con cui chattare, navigare su Internet e scaricare foto divertenti.

Qui mi sento di sottolineare un elemento importante. Sapere che una notizia di cronaca nasce anche da una logica commerciale, non solo da un fatto, cambia il modo di leggerla. E cambia il peso che le si concede nella propria giornata.

Cosa cambia, per chi legge

Se anche tu, leggendo l’ennesima notizia di cronaca nera, provi un disagio che non sai bene spiegare, forse il problema non è la tua sensibilità.

È che stai reagendo, nel modo più naturale del mondo, a un meccanismo costruito apposta per farti reagire.

Saperlo non elimina la paura. Tuttavia la sposta di posto: ci spostiamo da un difetto personale a un fenomeno che ha una storia precisa; e interessi economici riconoscibili.

I media – importante averlo presente – seguono regole che si possono imparare a leggere, articolo dopo articolo.

È per questo che scrivo articoli sul rapporto tra crimine, giustizia, sicurezza e media: non per smettere di seguire la cronaca nera, ma per seguirla sapendo, ogni volta, chi ha deciso di raccontartela, e perché.

Interroghiamoci un attimo, quando incrociamo – oppure ricerchiamo – l’ultima notizia su Garlasco; oppure gli esiti del caso della morte a Bologna di Abderrahim Fakir, 42 anni, tra le mani della Polizia.

Le domande da porci sono almeno tre: la notizia che leggiamo (o che vediamo e ascoltiamo) ci porta a riflettere, oppure a reagire a livello emotivo? Ci dà informazioni fondate e verificate, oppure spaccia ipotesi per verità fattuali? Da quale fonte arriva e quali interessi ha la fonte?

Il fatto di dedicare qualche minuto a dare risposte a queste domande, ci abitua a fruire dei media in modo critico. E a non essere servi verso l’imbonitore (o l’affarista dei media) di turno.

Maurizio F. Corte

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito alcune delle fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.

Il lavoro di studio e analisi è supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Gemini Notebook, Claude, Manus.

  • Denis McQuail, Mark Deuze, Media & Mass Communication Theory, SAGE Publications, London, 2020.

  • Denis McQuail, Journalism and Society, SAGE Publications, London, 2013

  • N. Berning, Narrative Means to Journalistic Ends, VS Research, Wiesbaden, 2011

  • E. Goffman, Frame analysis, Northeastern Univ Pr, Boston, 1986

  • D. Machin – A. Mayr, How to do Critical Discourse Analysis, SAGE Publications, London, 2012

  • Nicholas Carah, Amy Dobson, Sungyong Ahn, Media & Society, SAGE Publications, London, 2024.

  • E. Sapiera, Understanding New Media, SAGE Publications, London, 2026

  • Nick Couldry, Andreas Hepp, The Mediated Construction of Reality, Polity Press, Cambridge, 2016.

  • Leighton Evans, Media Studies: Industries, Texts and Audiences, SAGE Publications, London, 2023.

  • Deana A. Rohlinger, Sarah Sobieraj, The Oxford Handbook of Digital Media Sociology, Oxford University Press, Oxford, 2022.

  • Michael Stevenson, Misha Kavka, Doing Media Research, SAGE Publications, Londra, 2023.

  • Stanley J. Baran, Dennis K. Davis, Mass Communication Theory (8th Edition), Oxford University Press, New York, 2020.

Media, IA & Società tra conflitti e relazioni

La newsletter di ProsMedia ETS interpreta la complessità del presente e anticipa il futuro. In ogni numero, analisi esclusive e pensiero critico per decisioni informate nell'era dei Media e dell'Intelligenza Artificiale. Il tuo vantaggio strategico in un mondo che cambia
📬 Iscriviti subito! E ricevi contributi esclusivi.
ProsMedia
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.