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Bambini Rom, l’omicidio stradale e il racconto dei media

Bambini Rom - Incidente stradale - Milano - De Astis - Foto di Michael Ofurum da Pixabay - cars-5695701_1280

A Milano, in un incidente stradale accaduto lunedì 11 agosto 2025, ha perso la vita una donna di 71 anni, Cecilia De Astis. Alla guida dell’auto che l’ha investita c’erano un ragazzino di 13 anni e tre bambini.

Il fatto che i quattro minori sull’auto investitrice fossero di etnia Rom ha subito riproposto un vecchio schema dei media italiani

Se con l’auto ammazzi una persona e sei italiano, l’attenzione va sulla vittima. Oppure sulla “strada maledetta”. O sulle auto che “corrono troppo”.

Se con l’auto ammazzi una persona e sei cittadino straniero, oppure di etnia Rom, l’attenzione va su di te: la tua etnia, la tua nazionalità ti segnano. E ti condannano di sicuro, almeno a livello mediatico.

Accadeva uguale – in Italia negli Anni 50, 60, 70, 80 – con gli italiani del Sud emigrati al Nord e chiamati, con disprezzo, “terroni”. Accadeva con le persone pugliesi, napoletane, siciliane, calabresi.

Accadeva anche con i veneti, come me, che nei film facciamo sempre la parte delle donne di servizio – mestiere peraltro nobilissimo – oppure del militare stupidotto.

La domanda è: perché l’etnia Rom è una notizia, quando c’è un delitto, un incidente, un problema?

L’etnia determina forse l’azione del rubare, dell’uccidere, del delinquere?

Non credo. Le persone di etnia Rom e Sinta in Italia sono stimate tra 120.000 e 180.000 unità, secondo le fonti più accreditate.

Tuttavia, solo una piccola parte di queste vive in condizioni di emergenza abitativa, spesso associate ai cosiddetti “campi Rom”. 

Rom e Sinti – va ricordato – non hanno mai ottenuto il riconoscimento di minoranza linguistico-culturale, assegnata a ladini, cimbri e altre piccolissime comunità.

Tutti coloro che fanno cultura hanno un qualche riconoscimento. I Rom no. I Sinti no. Gli “zingari” proprio no. Loro non sono nulla di culturale, sembra voler dire l’Italia.

Li trattiamo come stranieri, eppure i Rom e Sinti sono per 65-70% italiani. Come me che, per un soffio, non ho gli avi austriaci.

L’omicidio stradale di Milano

Una donna di 71 anni, Cecilia De Astis, lunedì 11 agosto 2025, è morta a Milano, in zona via dei Missaglia, dopo essere stata investita da un’auto rubata e lanciata a velocità sostenuta.

A bordo del veicolo si trovavano quattro minorenni, tutti tra gli 11 e i 13 anni, che, secondo le ricostruzioni, avevano sottratto la vettura poco prima dell’incidente.

Dopo l’impatto, i ragazzi sono fuggiti a piedi, lasciando l’auto sul posto.

Le forze dell’ordine li hanno rintracciati nelle ore successive e segnalati al Tribunale per i Minorenni: nessuno di loro è imputabile penalmente, poiché sotto i 14 anni.

Il caso ha riacceso il dibattito sull’efficacia delle norme sull’imputabilità, sulle misure preventive; e sul ruolo delle famiglie e delle istituzioni nel contrastare comportamenti pericolosi in età precoce.

La famiglia di Cecilia De Astis, la vittima, ha chiesto giustizia e maggiore impegno per evitare tragedie simili. Ha anche chiesto di evitare strumentalizzazioni di tipo politico.

L’episodio, che ha avuto ampia eco a livello nazionale, ha spinto amministratori e operatori sociali a ipotizzare campagne di educazione stradale nelle scuole. E azioni di prevenzione mirate, in sinergia tra famiglie, servizi sociali e forze dell’ordine.

Come i media presentano il caso

Con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale generativa ho analizzato, con una scelta casuale condotta mercoledì 13 agosto 2025, gli articoli pubblicati sui giornali italiani e alcuni servizi video presentati dalle tv.

Tutti i media analizzati sono stati raccolti attraverso Google News.

Come metodo di analisi dei media mi sono avvalso della Critical Discourse Analysis, l’analisi critica del discorso.

Si tratta di un metodo qualitativo di analisi dei media che ha una serie di scopi. Qui ne cito alcuni:

  • lo smascherare l’uso ideologico e discriminante del lessico
  • l’individuare le azioni di soppressione di chi agisce nell’ambito della narrazione di fatti criminali
  • il rivelare le relazioni di potere che le narrazioni giornalistiche sottendono
  • il mostrare come la costruzione delle notizie possa orientare chi legge a determinate interpretazioni

Sull’analisi critica del discorso mi soffermo in un articolo per il mio blog sulla Media Education, MediaMentor™.

Veniamo alla ricerca su articoli e servizi tv che si sono occupati dell’investimento della signora Cecilia De Astis.

I bambini nell’auto e il ragazzino alla guida, che ha causato l’incidente di Milano, sono stati subito identificati – da molti media – con la loro etnia: “Rom”.

In numerosi articoli – usciti a seguito dell’incidente – il riferimento al “campo Rom” o “campo nomadi” appare in posizione prominente, spesso nei titoli o nei lead.

La scelta, se vogliamo, non ha senso: definiremmo l’etnia di un pirata della strada che è italiano e non appartiene ad alcuna minoranza? Di sicuro no. Non lo faremmo neppure se l’investitore fosse un cimbro oppure un ladino.

La scelta lessicale, che etichetta i bambini come Rom, contribuisce a definire l’identità degli autori del fatto prima ancora che il lettore acceda alla descrizione dell’evento.

Come osserva van Dijk (1991), esperto in analisi critica del discorso, la titolazione è un momento cruciale per il framing, ovvero la finestra da cui si leggono le notizie.

La titolazione, infatti, attiva schemi cognitivi e ideologici già nella prima fase di fruizione della notizia.

Esempi tipici includono titoli come “Viaggio nel campo rom…”, “Dentro il campo nomadi di via Selvanesco…”, “Si allontanano dal campo rom…”.

In questi casi, il luogo e la connotazione etnica assumono centralità, a volte prevalendo sull’elemento fattuale: furto dell’auto, età degli autori, dinamica dell’incidente.

Nei testi, nei servizi tv e video analizzati su Google News si riscontra, poi, un ricorso ricorrente a espressioni come “degrado”, “sporcizia”, “rottami”, “accampamento”, talvolta accompagnate da immagini di rifiuti e strutture fatiscenti.

Il sociologo Wodak (2001), altro studioso dell’analisi critica del discorso, osserva che la costruzione discorsiva del “luogo degradato” funziona come dispositivo semiotico.

È una scelta semiotica fatta per naturalizzare l’idea di pericolosità o marginalità di chi vi abita.

Alcuni articoli sull’incidente di Milano includono poi dichiarazioni, riportate come voci dal campo, del tipo “qui a 12 anni guidano tutti”.

Quelle voci, pur essendo attribuite a fonti locali, vengono inserite senza controbilanciare o contestualizzare a livello statistico.

Abbiamo, insomma, un effetto di generalizzazione del comportamento. Come se tutti i bambini e ragazzini Rom si comportassero così.

Come evidenzia van Dijk (2000), queste narrazioni contribuiscono a costruire macro-proposizioni che generalizzazno e rafforzano gli stereotipi di gruppo.

Non mancano, tuttavia, nei media italiani esempi di testi che evitano l’etnicizzazione dell’incidente stradale, concentrandosi su aspetti giuridici legati all’accaduto Ad esempio, la non imputabilità sotto i 14 anni; oppure le misure educative.

Gli approcci alla narrazione dell’incidente

Vi sono anche approcci biografici all’incidente, che insistono sul profilo della vittima.

La donna uccisa, tra l’altro, è originaria della Puglia. Viveva a Milano da 40 anni.

Ebbene, proprio gli italiani del Sud erano stigmatizzati e criminalizzati – come oggi i Rom – sui giornali degli Anni 50, 60 e 70.

Gli approccio biografici all’incidente, presenti ad esempio in Vanity Fair e in interviste riportate da Repubblica, contribuiscono a de-enfatizzare l’appartenenza etnica di chi guidava, riportando la narrazione a un piano più individuale e fattuale.

In quasi tutte le testate giornalistiche si sottolinea la giovane età (11-13 anni) e la non imputabilità penale degli autori dell’incidente, con spiegazioni – talvolta approfondite – delle conseguenze giuridiche.

Un altro sociologo dell’analisi critica del discorso, Fairclough (1995) ricorda che l’enfasi su determinati elementi fattuali, come l’età, può essere neutra o manipolativa, a seconda del contesto discorsivo in cui è inserita.

LA SCELTA LESSICALE

Da notare poi il lessico utilizzato negli articoli sull’incidente mortale. È una scelta lessicale che oscilla tra “bambini”, “ragazzini” e “baby-pirati della strada”.

La scelta lessicale – va ricordato – incide sul grado di responsabilità attribuito alle persone coinvolte: il vocabolo “bambini” attiva schemi di vulnerabilità e bisogno di tutela; il vocabolo “baby-pirati” costruisce un frame di pericolosità e responsabilità, amplificando la gravità percepita.

Il legame con il “campo Rom” è poi presente in molte narrazioni. Lo troviamo negli articoli sin dall’apertura del testo.

Vediamo, così, effetti di ancoraggio cognitivo che portano a interpretare l’evento come manifestazione di un problema etnico-comunitario più ampio, piuttosto che come atto individuale dei soggetti coinvolti.

Negli articoli sono inoltre presenti interviste a famigliari e a uno dei minori coinvolti (“siamo scappati per paura”), che introducono elementi di umanizzazione e spiegazioni legate a paura e immaturità.

Tuttavia, tali voci sono spesso incorniciate visivamente e testualmente nel contesto del campo Rom, mantenendo il frame etnico sullo sfondo.

La rappresentazione della vittima

La vittima dell’incidente, Cecilia De Astis, 71 anni, di origini pugliesi, a Milano da 40 anni, è presentata dai media attraverso dettagli biografici, immagini, testimonianze di famigliari e amici.

L’uso di informazioni personali e di foto private costruisce un frame empatico e rispettoso, in linea con quanto il sociologo van Leeuwen (2008), anche lui esponente dell’analisi critica del discorso, definisce “individualizzazione” nella rappresentazione sociale.

Per quanro riguarda il lessico utilizzato per raccontare l’incidente mortale di Milano, parole come “travolta”, “uccisa”, “pirata” rafforzano la percezione di gravità, mentre dichiarazioni dei famigliari (“non è una disgrazia, è un omicidio”) introducono un elemento di intenzionalità morale.

Questa scelta lessicale, pur comprensibile dal punto di vista umano, può avere effetti di pressione sull’opinione pubblica in termini di richiesta di pene severe, anche al di là del quadro giuridico applicabile.

Il caso di Milano è stato subito politicizzato. Esponenti di qualche partito – sui giornali e sui social media – hanno collegato l’episodio alla presenza del campo Rom di via Selvanesco, chiedendone lo sgombero e proponendo misure securitarie.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha criticato questa strumentalizzazione, definendola “vergognosa”.

Lo “scontro etnico” tra Rom e italiani

I media hanno amplificato lo scontro etnico italiani-Rom, con un effetto di agenda-setting (teoria messa a punto da McCombs & Shaw, 1972).

Qui il focus si sposta dall’evento stradale alla questione politica e identitaria.

In molte narrazioni giornalistiche, il problema diventa allora la gestione dei campi Rom in città. Sfuma invece sullo sfondo la prevenzione della guida minorile o il controllo sui veicoli.

Questo passaggio tematico è un esempio di reframing politico-mediatico, in cui il caso specifico diventa occasione per dibattiti su temi più ampi e divisivi.

Vi sono, inoltre, altri aspetti rilevanti. Ad esempio, l’uso di immagini e video del campo Rom – spesso con inquadrature che evidenziano rifiuti e degrado – che precede la lettura del testo; e orienta l’interpretazione in chiave negativa.

Come ricordano Kress & van Leeuwen (2006), studiosi dell’analisi critica del discorso, la semiotica visiva contribuisce in modo rilevante alla costruzione del significato, spesso più del testo scritto.

Se proseguiamo nella lettura, vediamo che alcuni articoli citano un tasso di dispersione scolastica del 70% tra i bambini Rom a Milano, senza fornire fonti primarie o confronti con medie cittadine e nazionali.

Secondo l’analisi critica del discorso, l’uso di dati non verificati o non contestualizzati può rafforzare stereotipi presentandoli come “evidenze” oggettive (van Dijk, 1993).

Di rado, nei media che trattano dell’incidente mortale di Milano, vengono proposte soluzioni alternative allo sgombero del campo Rom; oppure alla punizione esemplare dei minori colpevoli.

Pochi articoli menzionano politiche di inclusione, educazione stradale o mediazione sociale.

La lettura critica degli articoli sull’incidente mortale di Milano

L’analisi degli articoli, ricavati con una scelta casuale da Google News il giorno 13 agosto 2025, mostra quindi uno schema ricorrente con alcuni precisi fattori:

  • Etnicizzazione indiretta. L’appartenenza al campo Rom come elemento identitario saliente nel racconto, anche quando non è rilevante ai fini della comprensione dell’evento.

  • Uso di frame degradanti. Associazione costante tra luogo di residenza e degrado ambientale.

  • Polarizzazione politica. Spostamento del focus dall’incidente stradale alla questione della gestione dei campi Rom, con conseguente inquadramento del caso in chiave di sicurezza urbana.

  • Rappresentazione asimmetrica. La vittima è personalizzata e umanizzata; gli autori dell’incidente, pur avendo talvolta voci dirette, restano soprattutto inseriti in un frame collettivo-etnico.

Seguendo la prospettiva di Fairclough (1995), altro studioso dell’analisi critica del discorso, queste scelte discorsive dei media non sono neutre.

Le scelte dei media, sul caso di Milano come in altre situazioni che vedono coinvolti cittadini stranieri o di etnia Rom, contribuiscono a riprodurre determinate pratiche sociali e ideologiche.

Si tratta di pratiche che associano in modo sistematico determinati gruppi etnici a problemi di ordine pubblico, rinforzando schemi di othering (Spivak, 1985; van Dijk, 1993).

L’alterità, insomma, è sempre pericolosa. Quandi si tratta di incidenti stradali, come di atti terroristici, se l’altro è in qualche modo “diverso”, in media lo criminalizzano oltre la normale narrazione giornalistica.

In questo modo, i giornalisti – venendo meno al loro ruolo di mediatori tra le fonti e il pubblico – si piegano agli interessi e ai racconti di un’élite politica (e anche economica) che tutto ha a cuore, tranne la strada più logica: l’affrontare e il risolvere i problemi.

Cosa possiamo trarre – in ottica costruttiva – da quest’analisi?

Non ci resta che ribadire l’importanza – sia per motivi deontologici che di qualità professionale – di un approccio alle notizie basato sul Giornalismo Interculturale.

È un giornalismo che – partendo dall’Educazione Interculturale studiata al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona – riporta tutti noi cronisti e croniste, comunicatori e comunicatrici, e social media manager a un’assunzione di responsabilità.

Non si tratta di fare della comunicazione buonista. Si tratta di fare della buona comunicazione.

Maurizio F. Corte
(per la ricerca, l’autore ha utilizzato il modello di Intelligenza Artificiale ChatGPT 5)

  • Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
  • Restiamo in contatto su LinkedIn


Bibliografia di riferimento per l’Analisi Critica del Discorso

  • Fairclough, N. (1995). Critical Discourse Analysis: The Critical Study of Language. London. Longman.

  • van Dijk, T. A. (1991). Racism and the Press. London. Routledge.

  • van Dijk, T. A. (1993). Principles of Critical Discourse Analysis. Discourse & Society, 4(2), 249-283.

  • van Dijk, T. A. (2000). Ideology and Discourse: A Multidisciplinary Introduction.

  • Wodak, R. (2001). The Discourse-Historical Approach. In Wodak, R., & Meyer, M. (Eds.), Methods of Critical Discourse Analysis. London. Sage.

  • Kress, G., & van Leeuwen, T. (2006). Reading Images: The Grammar of Visual Design (2nd ed.). London: Routledge.

  • van Leeuwen, T. (2008). Discourse and Practice: New Tools for Critical Discourse Analysis. Oxford. Oxford University Press.

  • Spivak, G. C. (1985). The Rani of Sirmur: An Essay in Reading the Archives. History and Theory, 24(3), 247–272.

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