Storie di giovani donne e storie di mamme. La maternità ti sconvolge la vita e lo fa in maniera ancora più potente se non hai una rete che ti sorregge.
Lo studio, la musica come riscatto sociale, una poesia imparata a scuola e recitata a memoria nei momenti difficili, una stanza messa a disposizione per te e tuo figlio da chi ti vuole bene e ti vuole aiutare.
Cinque ragazze ai margini: storie di giovani madri tra dolore e desiderio di famiglia. Su questo si concentra il film Giovani Madri, dei registi francesi Jean-Pierre e Luc Dardenne.
Sono cinque storie di ragazze ai margini (Perla, Julie, Ariane, Jessica e Naima), con storie familiari disastrate, certo non per colpa loro.
Sono storie che ti segnano e ti fanno diventare diffidente verso tutti, col desidero di spezzare la catena. Ognuna di loro adotta una strategia di emancipazione.
C’è Perla (una famiglia tutta sua) che rincorre il fidanzatino, a cui non frega niente di lei, tantomeno del bambino, disinteresse dovuto alla giovane età ma anche alla deresponsabilizzazione insegnata in un contesto sociale che mira alla sopravvivenza.
C’è Julie (la stabilità di un matrimonio) segnata prima dalle violenze del patrigno e poi dalla droga, demone che talvolta la fa cadere ancora.
Il richiamo della droga è molto forte e la paura di ricascarci contrasta il raggiungimento della piena felicità, ma la vicinanza del suo giovane amore, anch’esso ex tossico, le dà coraggio.
In un mondo triste e fatto di infinite solitudini, rimettere a tema il matrimonio suona come una splendida sfida per i due ragazzi.
C’è poi la quindicenne Ariane (istruzione come riscatto). Si scopre la sua età alla fine.
In realtà, Ariane sembra più matura di sua madre, un’ex alcolista che accetta una relazione turbolenta con un uomo e racconta continue menzogne per riconquistare la figlia che ha perso del tutto la fiducia in lei.
In questa ragazzina c’è il desiderio di continuare a studiare perché in questo modo potrà conquistare dignità.
Straziante la figura di Jessica (riconoscimento della mamma biologica) che si sente sola al mondo. Così al momento di partorire decide di cercare la mamma che l’ha lasciata in fasce.
Jessica vuole capire perché una mamma allontata la figlia neonata, soprattutto come fa a convivere con questa scelta.
C’è infine Naima che sviluppa un percorso meno complesso, ma non per questo meno importante.
Un cinema che osserva l’umano
Lo sguardo dei fratelli Dardenne, i registi di Giovani Madri, nasce da una profonda attenzione alla sofferenza delle persone che scelgono di filmare.
Non si tratta di semplice osservazione, ma di un autentico ascolto della loro domanda di amore, di rispetto e di riconoscimento.
Il cinema dei Dardenne prende forma proprio da questa urgenza umana: basta pensare al frammento struggente della ragazza quindicenne incinta, che si aggrappa a ogni possibilità pur di essere ascoltata da una madre che l’ha abbandonata anni prima.
È da questo contatto diretto con il dolore e la fragilità che il film si costruisce, lasciando che gesti, sguardi ed espressioni vadano oltre la finzione, spezzando i confini della messinscena.
Così, momenti in apparenza minimi – una figlia che para uno schiaffo inatteso della madre, o il sorriso inconsapevole di una neonata verso l’attrice che la interpreta – diventano attimi di verità pura, in cui l’umanità dei registi si manifesta come rispetto profondo per i loro personaggi.
I diversi punti di vista sul film
Come donna – Essere donna tra povertà e stigma: empatia verso le madri ferite.
Chi parte svantaggiato, rimane svantaggiato. Che si tratti di madri o di figlie, questo film mi ha attraversata con una tristezza profonda.
Ho provato un’empatia istintiva verso le ragazze e le donne che crescono in contesti sociali feriti, dove le madri sembrano aver ereditato il peso della propria condizione come un destino inciso sulla pelle, un marchio difficile da cancellare.
Come affrancarsi? Donne fragili che cercano appoggio in compagni non sempre capaci di proteggerle, e che anzi diventano talvolta i primi a ferire: debolezze che si sommano ad altre debolezze, trascinando tutto in un vortice doloroso e difficile da arrestare.
Il film si muove dentro il disagio della periferia di Liegi, tra una povertà che sembra non avere fine, dipendenze che divorano le persone, madri ostaggio dell’alcol, ragazzine lasciate sole che implorano ascolto.
E poi giovani alle prese con il carcere, il crimine e una genitorialità troppo precoce.
Come madre – Il dolore invisibile delle madri: senso di colpa, vergogna e solitudine.
Ho sentito tutto il peso di ciò che significa lasciare un figlio, o non riuscire a proteggerlo abbastanza.
Nel film ci sono madri ancora giovani, segnate dallo stigma di una gravidanza fuori dal matrimonio, in anni e contesti in cui una donna incinta veniva additata come sbagliata, colpevolizzata anziché sostenuta.
Sono donne cresciute senza guide, che finiscono per ripetere, spesso senza volerlo, gli stessi errori delle loro madri, accettando relazioni tossiche che le svuotano dall’interno, fino a spingerle a costruire bugie su bugie nel tentativo disperato di riscattarsi come figure materne.
Si raccontano una storia per sopravvivere, si giustificano per non crollare.
C’è poi la malattia mentale, silenziosa e incontrollabile, capace di trascinare un’intera famiglia sull’orlo del baratro, soprattutto chi non ha la possibilità di fuggire e resta intrappolato negli effetti devastanti di quella fragilità
Come figlia – Essere figlia senza una madre: ferite affettive e paura di non valere abbastanza.
Ci ho visto il dolore e il grande vuoto di una ragazza che non sa perché è stata lasciata. La paura di non essere abbastanza per un figlio, mancando una figura di riferimento che ti faccia da guida.
Cerchi, allora, di farti una vita tua, rischiando di accettare compromessi troppo pesanti per essere felice.
Un uomo non basta. Ci vuole un compagno che ti sappia ascoltare e proteggere nei momenti di difficoltà.
Un uomo non è abbastanza per costruire un nido. Ci vuole sicurezza e lealtà.
Come madre biologica – Quando il passato ritorna: il difficile incontro tra madre e figlia biologica.
Un bel giorno qualcuno – che viene da lontano, come un figlio dimenticato – bussa alla tua porta e ti chiede di entrare nella tua vita.
Quella vita che hai faticato a costruirti, fuggendo da un passato che ha lasciato desolazione dentro di te. Ti chiede di entrare…. E’ tua figlia. Porta con sé un fagotto, tua nipote. Si riaprono ferite profonde, rivedi te ragazza, alle prese con un’esperienza simile.
Da una parte vorresti allontanarla liquidandola con un era solo una tossica che chiedeva soldi. Dall’altra comprendi davvero la sua solitudine e disperazione perché la sua solitudine e disperazione le conosci molto bene. E allora apri la porta. Solo un poco.
Hai paura di farti e farle male. Perché non mi hai tenuta? Per salvarmi dallo stigma, per rifarmi una vita. Lontana da chi mi conosceva allora.
Come si fa ad entrare a gamba tesa nella vita degli altri, come ho visto fare in certi servizi TV? Per la ricerca delle origini ci sono dei diritti da parte dei figli ma esiste anche il diritto della madre di non aver violata la sua privacy.
Troppe emozioni rischiano di essere controproducenti per tutti.
Come madre adottiva – Affido: il lato oscuro delle disuguaglianze sociali.
Ancora una volta le famiglie affidatarie del film sono rappresentate come famiglie benestanti ed istruite.
C’è una parte del film che mi ha sconquassata. La madre che rincorre la figlia, “colpevole” di aver scelto l’affido per la nipote, e le urla che sta facendo il gioco dei Servizi Sociali, che tolgono i bambini ai poveri per darli ai ricchi.
Mi ha ferita perché da tempo penso allo sradicamento dei bambini adottati in internazionale. Penso allo sguardo di compassione dei connazionali quando dici che stai portando quel bambino in Italia.
Penso alle mamme giovani single… Perché strapparlo a una madre che forse avrebbe potuto essere aiutata?
È qui che si apre il nodo più doloroso delle disuguaglianze. Perché esistono ricchi e poveri? Perché continuiamo a sostenere una distribuzione così ingiusta delle risorse? Perché fatichiamo tanto a garantire a tutti le stesse opportunità?
La giovane coppia affidataria farà di sicuro tutto il possibile per crescere con amore quell’essere fragile che è stato loro affidato.
Eppure, la domanda resta: non possiamo stravolgere il mondo, ma possiamo provare a migliorarlo.
Cosa si fa davanti a una donna che non riesce ad accudire suo figlio, per mancanza di mezzi o per altre ferite invisibili?
ln questi casi sento che il supremo interesse del minore sarebbe quello di poter restare con la propria madre, con una madre resa “sufficientemente buona”.
Uno Stato davvero efficiente dovrebbe prendersi cura di entrambi, sostenere, accompagnare, salvare il salvabile.
Tuttavia sappiamo che troppo spesso questo non accade. E allora la domanda rimane sospesa, dolorosa e necessaria: stiamo aiutando davvero abbastanza queste madri?
Come operatrice – Essere operatrice oggi: tra competenza professionale e maternità simbolica.
A volte le assistenti sociali e psicologhe possono sembrare lontane e fredde.
In realtà il film restituisce una pluralità di umanità, mostrando che, nonostante il ruolo professionale, queste ragazze riescano a toccare corde profonde dell’essere donna e madre.
È proprio in questo confine fragile tra competenza e cuore che si gioca la parte più difficile del lavoro delle operatrici.
Mi sono resa conto di quanto sia complesso coordinare e reggere una casa-famiglia per ragazze madri: uno spazio che dovrebbe essere insieme rifugio e confine.
Forse l’ordine e la disciplina, se troppo rigidi, rischiano di essere un’ulteriore ferita per anime già smarrite; l’ascolto, invece, mi è sembrato l’elemento saldante di questo rapporto.
Non servono soluzioni miracolose: un semplice “io ci sono”, “sono qui per te”, “ti accompagno” può diventare una radice nuova per chi è sempre cresciuta senza appigli.
In questo senso, anche le operatrici diventano una forma di maternità possibile: non di sangue, ma di presenza.
La povertà nell’affido in Italia
Sul tema della povertà va chiarito che in Italia la mera indigenza economica non giustifica l’allontanamento permanente del minore.
Si consideri tuttavia che nel 2024, le famiglie con minori in povertà assoluta erano circa 734mila (12,3%), con picchi nelle monogenitoriali (14,4%) e nuclei numerosi (fonte: Openpolis).
Nel 2024, il 26,7% dei minori sotto i 16 anni era a rischio povertà o esclusione sociale, con picchi al 43,6% al Sud e tra stranieri.
Si vorrebbero affidi temporanei più diffusi in aree economicamente deboli; in realtà i tassi di collocazione in queste zone sono inferiori per disparità di risorse locali.
L’affido familiare coinvolge spesso preadolescenti in contesti di povertà relativa (21,5% nazionale), con transizione verso affidatari terzi e reintegro in un caso su tre dopo supporto economico alla famiglia d’origine.
Progetti pilota usano l’affido come strumento anti-povertà per famiglie in affitto o monogenitoriali, riducendo ricorsi a strutture residenziali (fonte: Save the children).
Nel film dei fratelli Dardenne si parla di affido, ma la bimba sembra più destinata ad una collocazione definitiva (adozione) perché non si fa alcun cenno ad un possibile riavvicinamento alla mamma biologica.
Come essere una guida per chi ha bisogno
Abbiamo tutti bisogno di una guida, di una presenza che resti quando tutto vacilla.
Le giovani madri raccontate dai fratelli Dardenne cercano sostegno in legami fragili ma essenziali: una sorella, un compagno, un gesto di solidarietà femminile che, a volte, basta a farle resistere.
Anche un atto semplice, come aprire una porta per permettere a una madre di allattare, diventa una forma concreta di salvezza.
Come adulti, il nostro compito è restare, non fuggire davanti alla sofferenza.
Queste adolescenti portano sulle spalle il peso di una società che non perdona la povertà, la violenza, le famiglie ferite, eppure nella maternità trovano una possibilità di riscatto.
Il loro desiderio più profondo è universale: dare valore alla propria vita e non essere lasciate sole.
In questo, ci chiedono di essere guide capaci di ascoltare, accompagnare, credere. Restare accanto a loro è già un modo per cambiare il mondo.
Roberta Cellore
- Roberta Cellore è la curatrice dei libri Cara Adozione (2016) e Cara Adozione 2 (2022) editi da ItaliaAdozioni. Puoi trovare i libri sul sito di ITALIAADOZIONI
Trailer del film Giovani Madri
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