Tra i film della cineteca Rai, mi è capitato di recuperare Nour, un film del 2019. Rivederlo oggi colpisce per quanto sia ancora attuale: guerre, migrazioni, minori soli e viaggi della speranza continuano a raccontare il nostro presente.
Se molte cose sembrano non essere cambiate, resta però intatta l’umanità di chi sceglie di accogliere e prendersi cura degli altri. Ed è proprio questo che rende alcuni film più preziosi con il passare degli anni.
Lampedusa, frontiera di speranza e umanità
Un’isola. Lampedusa. Bellissima. Trafficanti e persone disperate. Bambini soli. Ingredienti per un film semplice.
Nour è un film drammatico italiano del 2019 diretto da Maurizio Zaccaro, liberamente tratto dal libro Lacrime di sale. Un film sull’immigrazione che fa riflettere, con uno splendido Sergio Castellitto nei panni di Pietro Bartolo, figura reale di riferimento dell’isola.
Castellitto è “splendido” perché incarna il medico per eccellenza, fatto di dedizione e cura per le persone, in quanto uomini e donne della stessa specie: quella umana.
La protagonista del film è Nour (Linda Mresy), una bambina siriana di circa dieci anni che fugge dalla guerra; e affronta il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo.
Dopo un naufragio riesce a raggiungere Lampedusa, ma è sola: durante la fuga è stata separata dalla madre Fatima. Il padre è morto lungo la strada, colpito da un proiettile.
Sull’isola incontra Pietro Bartolo, il medico che da anni presta soccorso ai migranti appena sbarcati.
Colpito dalla fragilità e dal coraggio della bambina, Bartolo decide di aiutarla. A poco a poco conquista la sua fiducia e scopre la sua vera storia: Nour non è un’orfana, ma una figlia alla ricerca della madre.
Il medico si impegna quindi in una difficile ricerca per favorire il ricongiungimento familiare, affrontando ostacoli burocratici e umani, mentre tra lui e la bambina nasce un rispettoso legame.
Oltre il film: il dramma dei bambini migranti soli
Nour non è soltanto un film sul dramma delle migrazioni. È un film che porta lo sguardo sui bambini e sugli adolescenti che affrontano soli percorsi di fuga, separazioni familiari e viaggi rischiosi.
Molti di questi minori arrivano in Europa dopo aver perso i contatti con la famiglia; altri vengono inviati dai genitori nella speranza di trovare condizioni di vita migliori e contribuire economicamente al sostentamento del nucleo familiare. Naufragi, paura, solitudine e speranza diventano parte della loro esperienza di vita.
Attraverso la storia di Nour, il film restituisce un volto umano a una realtà spesso raccontata soltanto attraverso numeri e statistiche.
Chi sono i minori stranieri non accompagnati (MSNA)
La vicenda di Nour richiama il tema dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA), ragazzi e ragazze presenti anche nella realtà italiana.
Si tratta soprattutto di adolescenti maschi, ma non mancano bambine e ragazze. Molti hanno già un progetto migratorio definito e sono diretti verso Paesi in cui vivono parenti o fratelli maggiori. Altri cercano lavoro per sostenere le famiglie rimaste nei paesi di origine.
Dietro ogni minore c’è una storia diversa, che non può essere ridotta alla sola etichetta di “migrante”.
Nel sistema di accoglienza italiano, il tutoraggio rappresenta uno degli strumenti fondamentali di tutela.
Il tutore volontario è una figura prevista dalla Legge 47/2017 (Legge Zampa) e nominata dal Tribunale per i Minorenni. Ha il compito di rappresentare legalmente il minore, vigilare sul rispetto dei suoi diritti, accompagnarlo nelle decisioni importanti e collaborare con servizi sociali, scuola e strutture sanitarie.
Il tutore non è per forza una figura convivente. Il ragazzo può infatti vivere in comunità o presso una famiglia affidataria.
Per diventare tutore volontario è necessario: 1) superare una fase di preselezione; 2) frequentare specifici percorsi formativi; 3) essere iscritti negli elenchi dei tutori volontari istituiti presso i Tribunali per i Minorenni.
L’attività viene svolta a titolo gratuito e volontario.
Affido potenziato: l’accoglienza diventa relazione educativa
Accanto al tutoraggio si è sviluppato negli ultimi anni un importante strumento di inclusione: l’affido potenziato.
Si tratta di una forma di accoglienza familiare in cui la famiglia affidataria non si limita a offrire ospitalità, ma costruisce con il minore una relazione educativa significativa.
L’obiettivo non è sostituire la famiglia d’origine né cancellare la cultura e la storia personale del ragazzo, ma aiutarlo a integrare il proprio percorso di vita all’interno di una nuova rete di relazioni.
La famiglia affidataria offre ascolto, presenza quotidiana, supporto affettivo e occasioni di crescita. Attraverso relazioni stabili e affidabili, il minore può sentirsi riconosciuto e valorizzato.
Per ragazzi che hanno sperimentato separazioni, perdite e solitudine, la presenza di adulti disponibili diventa una risorsa fondamentale per ricostruire fiducia e sicurezza emotiva.
L’affido potenziato favorisce inoltre l’inclusione sociale, l’autonomia personale e lo sviluppo di competenze interculturali. Aiuta il minore a costruire un senso di appartenenza e una rete affettiva significativa, elementi indispensabili per immaginare il proprio futuro.
In alcuni casi la famiglia affidataria può anche essere nominata tutore, qualora il Tribunale ritenga che ciò corrisponda al superiore interesse del minore. Più di frequente, tuttavia, tutoraggio e affido restano distinti, proprio per garantire la presenza di più figure adulte di riferimento.
Per gli affidatari possono essere previsti contributi economici e rimborsi per spese straordinarie secondo le disposizioni dei diversi territori.
Il medico che dà un volto all’accoglienza
Il personaggio interpretato da Sergio Castellitto è ispirato al medico Pietro Bartolo, storico responsabile delle prime visite sanitarie ai migranti sbarcati a Lampedusa.
Bartolo è diventato negli anni un simbolo dell’accoglienza e della cura verso le persone più vulnerabili. Nel film incarna un’idea semplice ma rivoluzionaria: prima ancora di essere migranti, rifugiati o richiedenti asilo, le persone sono esseri umani.
Il suo rapporto con Nour esprime questo principio. Il medico non si limita a svolgere il proprio lavoro, ma sceglie di vedere la persona dietro la pratica amministrativa, la bambina dietro la categoria giuridica.
Non saremo tutti medici, avvocati o assistenti sociali. Non sempre avremo competenze tecniche da mettere a disposizione. Possiamo però offrire qualcosa di altrettanto importante: uno sguardo umano.
Nella parte iniziale del film colpiscono gli occhi verdi di un migrante. Richiamano quelli di Sharbat Gula, la celebre bambina afghana fotografata da Steve McCurry nel 1984 in un campo profughi in Pakistan e divenuta famosa in tutto il mondo attraverso la copertina del National Geographic del giugno 1985.
Quegli occhi sono diventati un simbolo universale. Non solo dei rifugiati afghani, ma di tutte le persone costrette a lasciare la propria terra per guerre, persecuzioni, povertà o per il desiderio di costruire una vita migliore. Raccontano paura e speranza, vulnerabilità e resilienza, perdita e desiderio di futuro.
Ed è proprio questo il messaggio che Nour consegna allo spettatore: anche nei contesti più drammatici l’umanità può fare la differenza. Lo dimostrano il medico Bartolo, la giornalista e il reporter che lo affiancano e tutte quelle figure adulte che scelgono di non voltarsi dall’altra parte.
Perché ogni bambino lasciato solo ha bisogno prima di tutto di una cosa: trovare un adulto capace di esserci.
Roberta Cellore
- Roberta Cellore è la curatrice dei libri Cara Adozione (2016) e Cara Adozione 2 (2022) editi da ItaliaAdozioni. Puoi trovare i libri sul sito di ITALIAADOZIONI
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