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I danni della guerra: povertà, traumi psicologici e ambiente

Guerra, conflitti, conseguenze - Foto di Pete Linforth da Pixabay - thedigitalartist-armageddon-2721568_640

La guerra nel Golfo tra Iran, Stati Uniti e Israele sta mostrando un volto che poco trova spazio nel dibattito pubblico: quello delle ricadute profonde e durature sulle famiglie, sulla salute mentale e sull’ambiente.

Mentre l’attenzione si concentra sulle dinamiche militari e geopolitiche, tre fronti restano a mio avviso sottovalutati: povertà, traumi psicologici, danni ambientali.

L’impatto sulle famiglie italiane

La nuova ondata di instabilità globale arriva in un’Italia già indebolita.

Il 9,8% della popolazione vive in povertà assoluta (ISTAT 2024) e il 9,1% delle famiglie non riesce a riscaldarsi adeguatamente (OIPE 2025).

In Europa, il 17% dei lavoratori vive senza riserve per affrontare tre mesi di shock economici (OCSE 2023).

La pandemia da Covid aveva eroso i redditi piano piano. Con la guerra, invece, aumentano veloci i prezzi dei beni essenziali.

Come ricorda l’economista PierGiorgio Gawronski (Il fatto quotidiano), gli shock energetici hanno effetti recessivi immediati, perché aggrediscono la produzione di gas e petrolio.

Il risultato è un’impennata dei prezzi che travolge carburanti, elettricità, logistica e agroalimentare.

Secondo Confindustria, l’inflazione energetica potrebbe crescere del 12% in caso di guerra breve, del 60% con conflitto fino a giugno, fino al 133% con ostilità protratte fino a dicembre.

Nel peggiore degli scenari, il PIL scenderebbe dello 0,7%.

Cicatrici invisibili: casa, risparmi, salute mentale

La guerra non pesa solo sui portafogli, ma sul tessuto sociale.

Gli studi di Bentolila e Jansen, prosegue Gawronski, mostrano che gli shock economici lasciano cicatrici di lungo periodo: risparmi in caduta, salari più bassi, scelte familiari rimandate.

La casa diventa un fronte di vulnerabilità: gli studi di Busch-Geertsema dimostrano che intervenire tardi sugli sfratti costa molto più che prevenirli; e oggi i costi di riscaldamento rendono molte famiglie più esposte.

A peggiorare il quadro si aggiunge l’aumento della microcriminalità, fenomeno associato alla perdita di opportunità economiche (Machin e Meghir).

E c’è la salute mentale: ricerche come quella di Farré, Fasani e Mueller mostrano che un aumento della disoccupazione di 10 punti porta a un +3% di disturbi mentali.

Ansia da bollette, sovraindebitamento e incertezza lavorativa alimentano un malessere diffuso che rischia di trasformarsi in una nuova emergenza sociale.

I traumi dei soldati: dal Vietnam ai droni

I giovani militari che tornano dalla guerra – o che combattono attraverso i droni da migliaia di chilometri – vivono traumi che la società tende a ignorare.

Bessel van der Kolk (Il corpo accusa il colpo, Cortina editore 2015), pioniere nello studio del PTSD (post traumatic stress disorder), osservò già con i veterani del Vietnam che “la guerra resta nel corpo”: ipervigilanza, incubi, scatti per rumori improvvisi, difficoltà a dormire. Il corpo reagisce come se il pericolo fosse ancora presente.

Oggi, con la guerra teleguidata, queste dinamiche si ripresentano in modo nuovo.

I soldati operano dietro schermi ad alta definizione: decidono in pochi secondi, a distanza, ma con effetti reali.

Il corpo reagisce con gli stessi meccanismi dello stress da combattimento tradizionale: tensione muscolare, insonnia, tachicardia.

La “doppia vita” rende tutto più difficile: guerra la mattina, normalità domestica la sera.

Questo crea dissociazione, un senso di irrealtà che logora la psiche.

La tecnologia introduce nuove paure: cyberattacchi, perdita del controllo dei droni, basi localizzabili tramite i segnali di comando.

E c’è il trauma morale, un fenomeno in crescita: vedere in alta definizione gli effetti delle proprie azioni, senza il filtro del campo di battaglia tradizionale.

Il trauma morale è una ferita interiore. Nasce quando una persona compie, subisce o assiste a eventi che violano i suoi valori morali, etici o la sua idea di giustizia umana.

Non è solo stress o paura: è il crollo dell’immagine che il soldato ha di se stesso e del mondo.

Tanto per essere chiari: il PTSD nasce da paura intensa e minaccia alla vita. Il trauma morale nasce da colpa, vergogna, perdita di valori.

Il fronte dimenticato: l’ambiente

C’è poi un terzo tema quasi assente dal dibattito: il danno ambientale.

I conflitti armati devastano l’ambiente prima, durante e dopo la guerra.

Consumo di risorse, incendi, inquinamento, perdite petrolifere, distruzione di infrastrutture: tutto converge nel peggiorare salute e sicurezza delle popolazioni.

La guerra nel Golfo sta già producendo un disastro ambientale.

Attacchi a giacimenti e depositi di gas e petrolio in Iran hanno liberato metalli pesanti e composti tossici.

Nel Golfo Persico, una petroliera colpita al largo del Kuwait ha provocato una perdita di greggio che minaccia ecosistemi marini già fragili.

Gli incendi dei depositi di carburante e il gas flaring liberano anidride carbonica e metano in quantità gigantesche.

In due settimane, secondo stime indipendenti, sono state emesse oltre cinque milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente.

Il Conflict and Environment Observatory  ha documentato oltre 400 episodi di danno ambientale causati da guerre: suoli contaminati, falde compromesse, mari in sofferenza.

Il ripristino sarà lunghissimo: ecosistemi marini contaminati: 10–30 anni; suoli colpiti da idrocarburi: 10–20 anni; falde acquifere: oltre 20 anni. Per non parlare dello sminamento che ritarda il ripristino di decenni.

Scegliere la pace come investimento pubblico

La guerra nel Golfo sta mostrando con forza quanto un conflitto armato entri nelle case attraverso le bollette, nelle vite attraverso la povertà, nei corpi attraverso lo stress e nei territori attraverso l’inquinamento.

La guerra è un moltiplicatore di fragilità sociali, economiche e ambientali.

È un acceleratore di disuguaglianze. È un generatore di traumi che durano più della guerra stessa.

Ogni euro investito in conflitti è un euro sottratto ai beni sociali ed economici delle nostre comunità:

  • al Servizio Sanitario Nazionale che potrebbe prevenire e curare gli effetti psicologici dello stress e dei traumi;
  • alle energie rinnovabili che ridurrebbero l’esposizione italiana agli shock dei prezzi del petrolio e del gas;
  • ai servizi per le famiglie, dal sostegno alla genitorialità agli aiuti contro la povertà energetica, che rafforzerebbero la resilienza sociale.

Le guerre lasciano cicatrici economiche, psicologiche e ambientali che durano decenni.

La pace, quando è sostenuta da investimenti intelligenti e lungimiranti, lascia invece stabilità, sicurezza e opportunità.

Perché la pace non è solo assenza di conflitto: è presenza di diritti, salute, ambiente sano e protezione sociale.

Roberta Cellore

 

Gli effetti ambientali della guerra

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