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Non è quello che dici. Ma come lo dici

Comunicazione e Relazione - Foto di Sasin Tipchai da Pixabay - students-1822449_1280

“Corte, ecco il tuo tema… Hai messo in mostra la tua cultura razziale. Il voto è dal 6 al 7”, disse la professoressa di Italiano, di cui non voglio ricordare il nome.

Ricordo che guardai fuori della finestra, mentre aprile aveva riempito di colori il giardino della scuola. Poi sussurrai a Stefano, mio vicino di banco: “Ci mancava solo che dicesse cultura razzista ed ero a posto”.

Il tono di disprezzo, nella frase dell’insegnante davanti al mio tema, mise ancor più in evidenza quel suo naso aquilino che trovavo sgradevole. Come le gambe. Come il seno. Come la voce. 

Tutto era sgradevole in lei, ai miei occhi.

Aveva forse 45 anni, quell’insegnante: ma io la trovavo vecchia, brutta e ributtante. Così, almeno, appariva agli occhi miei, di ragazzino di terza media.

Ero capitato nella classe A della scuola Cesare Battisti, di Verona. Era il 1971, l’anno del sequestro di Milena Sutter.

Nonostante fossi figlio di un meccanico d’auto, mi avevano iscritto nella classe migliore della scuola media, nel quartiere piccolo borghese di Ponte Crencano.

Nella mia classe A, eravamo tutti maschi. Tutti, tranne me e un mio malcapitato compagno, erano figli di professionisti, di insegnanti, di piccoli imprenditori.

Cosa ci facevo, io, in quel gruppo d’élite? 

Lo seppi anni dopo. Mia madre Maria, con un chiaro riferimento all’officina d’auto di papà, aveva convinto il bidello della scuola media a mettermi tra i migliori. Ovvero, nella classe A. Quella dove si studiava inglese.

“Tu devi studiare inglese. Non se ne parla che vai in una classe di francese”, ripeteva mamma, alla fine delle scuole elementari.

Pure lei era stata convinta dal soft power di Londra: il francese era la lingua degli asini, io dovevo andare nella classe dell’élite dove si studiava inglese.

Peccato che la mia insegnante di Italiano delle medie, calabrese di origine, sempre molto elegante nei suoi tailleur grigi e neri, detestasse operai, artigiani e proletari in genere.

Io ero figlio di un meccanico? E per giunta dialettofono? Bene. L’italiano non era il mio mestiere. Neppure il liceo doveva essere la mia scuola, finite le medie. Dovevo fare il meccanico d’auto, come mio padre.

Ogni volta che ripenso alla scuola media, mando a fare in culo la professoressa di Italiano, da un lato.

Dall’altro lato, tuttavia, la ringrazio perché mi ha insegnato la mia seconda lingua, dopo il dialetto; e mi ha dato la spinta a combattere per studiare, per farmi una strada, per fare a meno di quelli che studiano, come scrisse Cesare Pavese.  

Il messaggio e la relazione

Ripenso all’insegnante di Italiano tutte le volte in cui racconto di come la comunicazione sia fatta di “contenuto” (il messaggio) e di “relazione” (il modo in cui esprimiamo quel messaggio).

Lo racconto alle allieve e agli allievi del Master in Mediazione interculturale, Comunicazione e Gestione dei conflitti dove insegno. E quegli occhi curiosi di sapere cosa sia la comunicazione, non sanno quanto dolore ci sia dietro le mie parole, mentre parlo del comunicare.

La comunicazione rende felici. Ma può anche rendere tristi. Scatena guerre e gestisce paci.

Mi rendo conto, quando ne parlo, che nessuno di noi è consapevole del potere che abbiamo in mano, quando comunichiamo.

Nessuno è consapevole di quanto possiamo sbagliare, ferire, amareggiare. Oppure far contento qualcuno, cambiargli la giornata, portarlo in paradiso. 

La professoressa Canneti – ora sono riuscito a pronunciare quel cognome – bene esprimeva il suo disprezzo verso di me. con il suo modo di esprimersi. Era il disprezzo verso il mestiere di mio padre, meccanico d’auto.

Tanto disprezzo, in terza media, mi aveva portato a scrivere “autoriparatore” (anziché meccanico d’auto) sul modulo di iscrizione a scuola.

Ma torniamo alla Scuola di Palo Alto, così evito di irritarmi per quell’insegnante classista. 

La Scuola di Palo Alto ci dice che la relazione tra i comunicanti determina e influenza in modo incisivo il contenuto della comunicazione. 

L’aspetto di relazione, insomma, classifica l’aspetto del messaggio. Gli dà significato, tono, aspetto. Gli dà carattere e significato.

Nel caso del mio tema, la professoressa di Italiano – con il suo modo di fare – quel giorno aveva disprezzato la mia passione per i razzi, i missili, le astronavi.

Nel tema io avevo messo i miei sogni sulle missioni spaziali, frutto delle avide letture dei libri e delle vecchie riviste di astronautica che mi aveva regalato zio Giuseppe, che noi in dialetto si chiamava zio Bepino.

È evidente che dire “hai messo in mostra tutta la tua cultura razziale” – a parte l’aggettivo razziale che poco c’entra con i razzi e i missili e le astronavi – non è negativo di per sé. Vuol dire che sei colto in qualche cosa.

Il modo di esprimersi della Canneti, invece, dava una certa interpretazione e un significato spregevole alle sue parole. E questo dipendeva dalla relazione tra lei e me.

Tutto dipende, nel messaggio, insomma, dalla relazione tra le persone che comunicano.

Come la relazione influenza il messaggio

Ci sono diversi modi in cui la relazione influenza il contenuto del messaggio, secondo la Scuola di Palo Alto e il suo libro sulla pragmatica della comunicazione.

La relazione può così fungere da filtro per il contenuto del messaggio.

Il modo in cui percepiamo il contenuto di un messaggio è, pertanto, influenzato dalla relazione che abbiamo con chi comunica con noi.

Ad esempio, un ordine espresso da un insegnante viene interpretato e accettato in un certo modo: la relazione è complementare, perché noi siamo uno studente/studentessa in posizione subordinata rispetto al docente.

Diverso è il suggerimento dato da uno nostro pari: ad esempio, un compagno di classe con cui la relazione è simmetrica, sullo stesso piano.

Vi può essere, poi, un rifiuto della relazione attraverso il rifiuto del contenuto.

È il tipico caso in cui un disaccordo apparente sul contenuto può, in realtà, essere un rifiuto del tipo di relazione proposto dall’altro che comunica.

Ad esempio, se un giovane rifiuta il consiglio di un genitore (“devi studiare di più”) potrebbe non trattarsi della contestazione del messaggio/contenuto in sé, ovvero quello di studiare.

Potrebbe essere, piuttosto, la contestazione della relazione di superiorità/subordinazione, che il giovane percepisce nella relazione con il proprio genitore.

La punteggiatura degli scambi comunicativi

Un altro aspetto del rapporto tra relazione e contenuto della comunicazione è la “punteggiatura” della sequenza di eventi.

C’è un certo modo in cui i partecipanti “punteggiano” una sequenza comunicativa, ovvero come interpretano l’inizio e la fine delle azioni di comunicazione.

Ebbene, questo modo di punteggiare è determinato dalla relazione tra i partecipanti.

Questo può portare al conflitto, se le diverse interpretazioni della relazione portano a diverse interpretazioni della causa ed effetto, all’interno della comunicazione.

Basta pensare al litigio tra due bambini: “Ha cominciato lui!”. “No, è lui che per primo mi ha offeso”. E via punteggiando su chi ha iniziato per primo il litigio.

È gustoso l’esempio che la Scuola di Palo Alto fa del punteggiare la sequenza degli scambi comunicativi.

Un ricercatore può pensare di aver addestrato il topo, dato che ogni volta che suona la campanella, il topo preme la leva che gli fa avere un bocconcino di formaggio.

Il topo, da parte sua, potrebbe pensare di aver addestrato il ricercatore: senza faticare, preme la leva e il ricercatore gli fa avere una porzione di formaggio.

Al che, il topo può arrivare a dire, tra sé e sé: “Guarda questo bischero di studioso, mi dà da mangiare a sbafo!”.

Comunicazione analogica e digitale

C’è poi la parte analogica e la parte digitale della comunicazione. Pure questo incide sul modo in cui comunichiamo.

Il contenuto di una comunicazione (il messaggio) viene in prevalenza trasmesso attraverso il linguaggio digitale. Ovvero, attraverso le parole.

La definizione e la gestione della relazione avvengono spesso, al contrario. attraverso la comunicazione analogica. Quindi attraverso il linguaggio non verbale: gesti, tono, espressioni facciali, modi di vestire, espressioni del volto.

Il “come” viene detta una certa cosa (aspetto relazionale) influenza, di conseguenza, in maniera profonda la percezione del “cosa” viene detto (aspetto del contenuto).

Proviamo a pensare a un matrimonio: portare un regalo agli sposi mentre siamo vestiti di tutto punto, da cerimonia, trasmette un certo significato; dare il regalo  vestiti in pigiama e con i capelli di chi si è appena alzato dal letto trasmette ben altro significato.

Che dire poi dei messaggi online, quando non siam presenti in modo fisico?

Nei messaggi in chat – come whatsapp e telegram – dove i segnali analogici sono limitati, la relazione influenza comunque la scelta e l’interpretazione del contenuto verbale.

I conflitti nelle relazioni

Il tipo di relazione che abbiamo con una persona può determinare un conflitto piuttosto che una certa sintonia.

I conflitti nascono, infatti, sul piano della relazione. Mentre i contrasti tra le persone sono sul piano del contenuto.

Possiamo dissentire sulla qualità del calcio della Juventus piuttosto che del Napoli o dell’Inter. 

Nel momento in cui il dissenso è sul piano del contenuto, la situazione di cordialità – o comunque di rispetto – può rimanere anche a fronte di idee diverse.

Se invece, discutendo di calcio, ci prendiamo a male parole piuttosto che cominciare a menare le mani, allora il dissenso è sulla relazione. E il contenuto – il messaggio, ovvero quanto diciamo sulle squadre di calcio – è soltanto un pretesto.

Cambiando argomento, avremmo comunque lo stesso clima teso e conflittuale. Finiremmo comunque per litigare: sulla politica piuttosto che sul tempo o su dove andare in vacanza.

Cosa fare per gestire un conflitto

Se i conflitti nascono a livello relazionale, insistere sul contenuto della comunicazione serve a poco. O è addirittura inutile.

Inutile nasconderselo. La relazione ci chiama a pensare a lei, non al mero contenuto del messaggio.

È allora necessario spostare la comunicazione a un livello di “meta-comunicazione”, ovvero parlare della relazione stessa, per poter risolvere i problemi di conflitto.

Quanto alle interazioni tra persone, il tipo di relazione (basata sull’uguaglianza o sulla differenza) determina la natura degli scambi comunicativi.

In una relazione simmetrica (basata sull’uguaglianza di posizione) i comunicanti tendono a rispecchiare il comportamento dell’altro, influenzando il tipo di contenuto che viene scambiato.

In una relazione complementare (basata sulla differenza, tra chi sta sopra e chi si adegua alla posizione del superiore), il contenuto viene influenzato da questa asimmetria.

Insomma, la relazione tra i comunicanti non è un elemento secondario. È anzi un fattore primario, che determina il modo in cui il contenuto viene espresso, ricevuto e interpretato.

Ecco che comprendere la dinamica relazionale è fondamentale, per poter analizzare e intervenire in modo efficace nella comunicazione.

Se fosse ancora viva quella mia insegnante di Italiano delle medie, la nostra relazione sarebbe assai diversa da allora.

Ora saremmo ancora in una posizione asimmetrica, però a mio favore: come giornalista e docente a contratto di Giornalismo all’Università di Verona, potrei far valere una certa superiorità.

Lai sarebbe una distinta anziana insegnante delle media in pensione. Io sarei un professionista che insegna in due master universitari e ha scritto libri che lei non ha mai scritto.

Potrei – grazie alla relazione – esercitare sulla professoressa Canneti una comunicazione ben diversa rispetto a quella che esercitavo quando ero un suo alunno.

Cambiare la relazione oppure uscire dalla relazione

Il tono del mio comunicare, il modo di parlare, l’aspetto di relazione potrebbero esprimere la mia irritazione per il classismo di quella mia insegnante delle medie.

Potrei urlarle: “Professoressa delle mie tasche, io, figlio di un bravo e onesto meccanico, dovevo fare il mestiere di mio padre? L’italiano non era il mio mestiere perché ero figlio di un artigiano; ed ero pure dialettofono?”

L’urlo potrebbe proseguire: “Ecco il risultato, professoressa Canneti. Beccati questo: giornalista, insegnante universitario a contratto, coordinatore didattico di due master, scrittore di libri e sceneggiature”.

La mia comunicazione sarebbe del tutto diversa se utilizzassi le stesse parole, ma con un tono pacato, ironico, magari con venature di sensualità maschile. Se modulassi la voce, insomma.

Sarebbe una bella presa per i fondelli, ai danni della Canneti. Ne uscirei come un uomo maturo, dotato di gusto per l’ironia, addirittura seduttivo.

Mentre, urlando, farei la parte del vecchio isterico. Farei la parte di quello che, a distanza di 55 anni, sente ancora bruciare il senso di inferiorità trasmesso da un’insegnante che, magari, a quel tempo aveva le sue frustrazioni da scaricare.

È anche vero che, se la professoressa Canneti fosse ancora viva, potrei evitare di comunicare con lei. Potrei uscire dalla relazione.

Perché, come insegna sempre la Scuola di Palo Alto, se una relazione ci infastidisce (o addirittura ci turba e addolora) abbiamo due possibilità: cambiare la relazione comunicativa; oppure uscire dalla relazione. Voltarci, sbattere la porta e scappare a gambe levate.

Maurizio F. Corte
* Se mi vuoi scrivere, mi trovi qui: maurizio@praticodinessuno.it

* Su contenuto e relazione nella comunicazione, secondo la Scuola di Palo Alto, puoi leggere la scheda informativa

 

LETTERA. Francesco Guccini

COME COMUNICARE IN MODO EFFICACE

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