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L’approccio interculturale in “Past Lives”, film candidato agli Oscar 2024

Past lives - Celine Song - linguaggio audiovisivo - cinema - intercultura - Nicoletta Apolito

Gli elementi narrativi, utilizzati da Celine Song nel suo debutto alla regia con la pellicola cinematografica “Past Lives”, per raccontare l’emigrazione attraverso la lente dell’intercultura.

La sceneggiatrice sudcoreana Celine Song firma il suo primo lavoro da regista. “Past Lives” ha già vinto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’Indipendent Spirit Awards 2024  per il miglior lungometraggio e per la miglior regia e il Directors Guild of America Award per l’eccezionale risultato alla regia di un regista per la prima volta.

In attesa della prossima notte degli Oscar, tra il 10 e l’11 marzo, in cui la pellicola della Song ha ricevuto ben due nomination (miglior film e migliore sceneggiatura originale), esploriamo insieme gli elementi narrativi che rendono questo film così delicato e nostalgico.

“Past Lives” sorprende per il suo racconto semplice e mirato, una coccola che accompagna lo spettatore nella vita di due giovani coreani, legati e allo stesso tempo divisi dal filo invisibile del destino.

La relazione tra i due protagonisti è un escamotage artistico per introdurre il reale tema che fa da sfondo al film: il conflitto intimo d’identità culturale vissuto dalle persone che emigrano in un paese diverso rispetto a quello dove sono nate e cresciute.

La Song porta sullo schermo la sua storia personale da emigrata in Canada quando era una bambina. E ne risalta gli aspetti più complessi legati ai conflitti interiori vissuti da una giovane donna che da una parte riesce a costruirsi una vita edificante lontana dalla cultura di appartenenza, dall’altra fa i conti in modo più o meno consapevole con la repressione volontaria di quello che era stata nel passato, cresciuta in un posto che ormai non sente più suo.

Un film in cui si parla di complessità sociale, incroci tra culture e identità da riscoprire. Un film che ci fa toccare con mano il significato di “radici” e ci fa sperimentare sulla nostra pelle cosa vuol dire “sentirsi divisi a metà”.

LA TRAMA DEL FILM

Siamo a Seul (Corea del Sud) negli anni 2000, Na Young e Hae Sung hanno 12 anni. Sono amici d’infanzia, frequentano la stessa scuola e sono uniti da un amore puro, di quelli che animano i cuori e infuocano le guance, sintomi di prime timide cotte.

I genitori della giovane Na Young (mamma artista e papà regista) decidono di emigrare in Canada con la speranza di dare una spinta alle loro carriere.

Na Young è costretta a dire addio al suo timido compagno, Hae Sung. I due si separano, lasciando inespresso e incompiuto il loro amore appena sbocciato.

Dodici anni dopo Na Young, che dopo essere emigrata in Canada ha cambiato il suo nome in Nora Moon, vive a New York, è una scrittrice di successo e sembra aver trovato il suo posto nel mondo nella Grande Mela.

Per un puro e giocoso caso, Nora riallaccia i contatti con Hae Sung attraverso Facebook. I due si parlano per la prima volta dopo 12 anni dalla loro separazione in Corea.

Trascorrono ore a parlare di tutto e di niente, a godersi molto spesso in silenzio la reciproca compagnia divisi da uno schermo. Fino a quando Nora decide di smetterla. I due non si cercano più per altri 12 anni.

Nel frattempo la vita va avanti e Nora si sposa con l’americano Arthur. Dopo 24 anni dal loro ultimo incontro virtuale, Hae Sung va a New York per fare visita alla sua vecchia amica d’infanzia, questa volta dal vivo.

IL RACCONTO DELL’EVOLUZIONE DI NORA

Di quali elementi del linguaggio visivo si serve la regista per narrare il cambiamento che investe la vita della protagonista?

Uno degli aspetti più intuitivi che sottolinea il moto costante di continua evoluzione di Nora parte dal cambio di nome.
Un cambio che denota un distacco dalla sua terra d’appartenenza e un graduale processo di inclusione in occidente, nella terra che la accoglie.

La crescita e la formazione di Nora in due contesti culturali diversi sono state sia un arricchimento per la sua persona sia una condanna a vivere in un limbo di incertezze sulla sua vita.

Na Young diventa Nora, evolve, cambia, si rigenera. Hae Sung rimane lo stesso, cresce, resta, si adatta. Siamo di fronte a una prima scelta narrativa che la regista utilizza per caratterizzare i due protagonisti: chi resta e chi va.

Altro segnale che esprime bene la crescita e l’evoluzione di Nora come persona, divisa tra due mondi, è il continuo cambiamento di idea sul suo sogno. Da bambina ancora in Corea, Nora aspira al Nobel, quando riallaccia i contatti con Hae Sung a New York, dopo 24 anni, gli confida di ambire al Pulitzer.

Come ultimo escamotage narrativo per sottolineare ancora una volta il cambiamento che travolge Nora, la regista utilizza una scena chiave. Forse la scena dall’impatto visivo più forte che poi viene addirittura ripresa nel finale.

Quando in Corea i due dodicenni si salutano per l’ultima volta, Nora si volta e si allontana salendo le scale. Hae Sung, invece, rimane immobile a guardare Nora mentre si allontana, per poi incamminarsi sul viale opposto alla scalinata.

In questo modo la Song sottolinea la prima differenza tra i due protagonisti.
Si ha un primo assaggio di “chi resta e chi va”.

LA LEGGENDA COREANA DELLO IN-YUN, IL FATO CHE UNISCE DUE PERSONE

“C’è una parola in coreano, In-Yun, che significa provvidenza o fede. Ma si riferisce precisamente alle relazioni tra persone. È uno In-Yun anche se due estranei si sfiorano soltanto camminando per strada e i loro vestiti si strofinano per caso. Perché ciò significa che ci dev’essere stato qualcosa tra di loro nelle loro vite passate. Se due persone si sposano si dice che succeda perché tra loro ci saranno stati 8.000 strati di In-Yun, oltre 8.000 vite passate che si sono sfiorate”.

Nora racconta questa leggenda coreana ad Arthur, suo futuro marito, quando inizia a frequentarlo. L’In-Yun è l’elemento che nel linguaggio cinematografico viene definito la scintilla narrativa, ovvero la chiave che anima e guida la storia.

La leggenda accompagna lo spettatore per tutta la durata del film, dall’inizio fino alla risoluzione finale.

È interessante notare come Nora mantenga una connessione con le sue radici servendosi di questa leggenda. L’In-Yun è l’unico ricordo coreano che la lega al suo passato. Di tutto il resto sembra essersene dimenticata, rilegato e chiuso in una parte remota della sua testa, impermeabile al cuore.

LA POTENZA NARRATIVA DELLA SEMPLICITA’

Negli ultimi anni sia il cinema che la serialità si sono adattati a un mercato competitivo e sovraffollato di prodotti servendosi di narrazioni cariche di colpi di scena.

Narrazioni così a ritmo serrato, quasi matematico, che mantengono sempre alta l’attenzione del pubblico e allo stesso tempo lo lasciano col respiro corto ad affannarsi dietro una storia che fanno fatica a comprendere.

Oggi, un ritorno ai racconti lenti senza particolari colpi di scena, che estrapolano la loro energia miscelando l’ordinario con la semplicità, sono il respiro rilassato di cui lo spettatore aveva bisogno.

Le narrazioni lente, con pochi temi e ben raccontati, lasciano qualcosa che va oltre il mero intrattenimento, ma rendono lo spettatore parte del processo produttivo perché capaci di trasmettere valore che poi stimola al confronto.

Di fronte a uno schermo lo spettatore ha il tempo di riflettere e metabolizzare il significato delle storie che guarda, ritagliandosi alcune ore per costruire nuova conoscenza.

Questa tipologia di “Nuovo Cinema” nell’ultimo anno ha trovato sempre più spazio nelle sale. Si pensi al film campione di incassi di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”, che di recente ha conquistato anche la Francia.

Il suo successo è legato a tematiche di forte attualità e trova la sua forza proprio nella semplicità con cui vengono raccontate.

L’illusione narrativa di raccontare la condizione delle donne in un tempo lontano, il cui racconto trova spesso punti di contatto con le storie raccontate dalle nostre nonne, talvolta anche mamme, trattando un tema scottante anche oggi, ha fatto del film di Paola Cortellesi un fuoriclasse al botteghino.

Oppure si pensi alla biografia di “Oppenheimer” adattata per il cinema dal visionario sceneggiatore e regista Christopher Nolan. La narrazione lenta e talvolta ostica, che caratterizza la pellicola, pone al centro della sua storia la battaglia intima, tra etica e morale, dell’inventore della bomba atomica che dona al mondo l’ordigno bellico capace di distruggerlo.

Ciò che accomuna queste due pellicole al film “Past Lives”, è che in tutti e tre i film si parla di storie di vita vera, vissuti che si intrecciano, chi per un modo chi per un altro, alle vite di tante persone e generano impatto emotivo sullo spettatore. Il reale vissuto ha un forte potenziale narrativo.

IL RUOLO EDUCATIVO DEL “NUOVO CINEMA”

Il racconto del reale ha come obiettivo quello di trasmettere dei messaggi e per farlo ha bisogno di insonorizzare la trama lasciando fuori rumori e interferenze che distraggono e confondono.

E lasciare alle parole e alle immagini il compito di entrare nei pensieri dello spettatore sia per arginare le sue lacune generando osservazioni e stimolando il pensiero critico, sia per alleviare come un balsamo le sue ferite in caso lo spettatore entri in connessione con la storia a tal punto da immedesimarsi con il vissuto dei personaggi.

L’ipotesi di un “Nuovo Cinema” in grado di coinvolgere il pubblico nel processo produttivo delle pellicole cinematografiche, doterebbe le sale cinematografiche di un particolare ruolo educativo. In che modo?

La fruizione del contenuto audiovisivo non terminerebbe con la fine del prodotto, ma continuerebbe il suo percorso fuori nelle strade, nelle piazze, nelle case, grazie ai confronti, ai dibattiti e alle opinioni condivise capace di generare nei pubblici.

Così come già successo per le tre pellicole citate poco prima. Nello specifico “Past Lives” affronta tematiche importanti oggi, come il pluralismo culturale, l’inclusione e la mediazione interculturale.

Ma in che modo? Di quali strumenti narrativi si serve la regista per raccontare tali tematiche?

IL TEMA INTORNO AL CONCETTO DI “CHI RESTA E CHI VA”

Il leitmotiv che accompagna il film ruota sempre intorno al tema del “chi resta e chi va”. Grazie ad esso la regista riesce a spiegare cosa significhi per una migrante vivere in una società complessa, divisa tra chi era, chi è e chi avrebbe potuto essere.

Il tema del restare e dell’andare mette in risalto il faticoso percorso che caratterizza la vita di chi decide di emigrare. In “Past Lives” questo tema viene approfondito anche grazie a due elementi narrativi che la regista aggiunge oltre ai già citati esempi.

Il primo elemento riguarda le riprese dei luoghi per sottolineare la diversità tra i due mondi messi a confronto nella pellicola. Da un lato New York avvolta da una coltre di fumo grigio, pioggia e suoni di clacson a sottolinearne il caos delle vite frenetiche che la abitano. Dall’altro Seul con le stradine piccole, le case vicine e le vite di giovani che tardano a lasciare il nido familiare e si ritrovano con gli amici a ubriacarsi allo stesso bar.

L’altro elemento riguarda la caratterizzazione di Nora per far emergere il conflitto intimo che vive. In una scena, alle provocazioni del marito, Nora ironizza con queste parole “certo, mi basta una settimana in sua compagnia per farmi decidere di buttare all’aria tutto quello che ho costruito finora, la fatica e il lavoro per la mia vita di adesso, e tornarmene di nuovo in Corea”.

Come se il ritorno nel suo paese fosse percepito dalla protagonista come un fallimento. Eppure, per quanto Nora si sforzi di reprimere il suo passato, a un certo punto diventa impossibile manipolare i reali sentimenti che la sua anima ha immagazzinato a sua insaputa.

Nora confida ad Hae Sung che da ragazzina emigrata in Canada la prima cosa ad aver imparato a fare in un nuovo paese era stata finirla di piangere. Ai pianti si erano presto succeduti i silenzi. Perché tanto nessuno era in grado di aiutarla ad arginare il vuoto e le difficoltà che provava da ragazzina in un nuovo contesto sociale.

Nora aveva allora imparato a stringere i pugni e a darsi da fare per abbracciare la sua nuova vita in Canada. Da quel momento non aveva più versato una lacrima. Eppure, da incapace di piangere, alla fine Nora cede al peso del pianto trattenuto per troppi anni, completando così l’arco narrativo del personaggio.

Il conflitto intimo della protagonista ha ora un volto ed è quello del suo amore mai consumato e mai davvero compreso perché ostacolato dall’opportunità negata a causa dell’emigrazione.

“PAST LIVES” E LA RIFLESSIONE SULL’IDENTITA’

Tra i temi affrontati dalla regista sudcoreana spicca l’identità.
Ogni individuo è composto da così tante sfaccettature che è difficile parlare di una sola identità, rischiando di cadere in idee stereotipate e poco attinenti alla realtà.

È un esempio Nora. La protagonista in bilico tra chi avrebbe potuto essere se i genitori non avessero deciso di emigrare in Canada, e chi invece in effetti è, fa riflettere sul concetto di identità che appartiene a tutti gli esseri umani.

“Sogni in una lingua che non comprendo”, queste sono le parole che esprime il marito preoccupandosi per l’arrivo dell’ex compagno di infanzia della moglie, riuscendo a cogliere una sfumatura importante: Nora per quanto si sforzi in modo razionale di prendere le distanze da una cultura che non sente più sua, si sente comunque legata ad essa perché parte di lei.

Se con coscienza Nora si distacca dal suo passato in Corea, il suo subconscio la riporta nel suo paese d’origine, consapevole dell’importanza delle sue radici nel lungo processo verso la costruzione della propria identità. Identità che in questo caso non è unica, rinchiusa in alcuni parametri culturali e destinata a rimanere tale per sempre.

L’identità di Nora, come tutte le identità, è dinamica e in continua evoluzione. Nora è l’esempio di come l’identità, seppure con aspetti che si rinnegano per provenienza, cultura, usanze, non si basi solo su tratti evidenti, ma comprende tutti i colori del nostro carattere e si manifesta nelle nostre singole azioni quotidiane, nelle parole che decidiamo di usare, nei gesti che compiamo per istinto, senza pensarci.

È quindi riduttivo riferirsi all’identità prendendo in considerazione solo gli aspetti culturali di nascita e provenienza. Perché l’identità è un quadro di variegati colori, parte dalle radici e si arricchisce nel tempo di tanti piccoli tasselli che vanno a formare la persona e delineano i tratti della nostra versione adulta.

IL DESTINO DI CHI DECIDE DI EMIGRARE

Il destino in “Past Lives” non è quello a cui ci hanno abituato anni di letteratura, film e trasposizioni seriali, ovvero quella visione romantica che stravolge le vite dei personaggi e li riporta nei disegni universali del già “tutto scritto nelle stelle”. Quella visione che accende speranza e desiderio nello spettatore e lo lascia intorpidito di fronte all’inevitabile conclusione.

In “Past Lives” ciò non avviene. La speranza e il desiderio di vedere i due protagonisti finalmente insieme, così come il destino avrebbe voluto per loro se solo Nora fosse rimasta, si spengono del tutto a un passo dalla fine del film.

Il punto di rottura è talmente tangibile che ha lo stesso impatto di un pugno allo stomaco, perché si assiste inermi all’infrangersi irreparabile di ogni speranza di ricongiungimento a lieto fine per i due protagonisti.

La consapevolezza di non essere di fronte all’ennesima storia raccontata sotto la guida del destino coglie impreparati e crea il colpo di scena, l’input che serve a raccogliere tutti i fili della trama e a convogliarli verso l’unico finale possibile: la realizzazione nello spettatore che questa è la realtà e non una favola edulcorata.

E dalla realtà non si scappa, anzi si viene costretti a fare i conti con le riflessioni che genera nella mente di chi ha assistito alla storia e ora ne puo’ parlare da testimone.

La separazione definitiva tra i due protagonisti non è scontata, la storia doveva andare così perché nella realtà sarebbe andata esattamente così.

La regista utilizza il destino come tematica di fondo servendosi di un modo alternativo e non classico per raccontarlo.

“Past Lives” racconta il destino di chi decide di andare via, lasciare il proprio paese, le proprie certezze, le proprie abitudini per ricostruirsi una nuova vita altrove. Il destino di chi subisce il trasferimento per via di una decisione presa da altri, nel caso di Nora dai genitori, ma che poi si adatta ai ritmi e ai modi del paese di accoglienza. E si stabilisce così bene da rinnegare quasi la propria provenienza.

“Come piante nello stesso vaso che hanno bisogno di trovare lo spazio per le loro radici adattandosi e intrecciandosi con le altre”. Le parole di Nora rendono bene l’idea.

Il destino di chi emigra. Ovvero il destino di chi si chiederà spesso se le decisioni prese o subìte siano state giuste o sbagliate, se il peso del distacco che porta nel cuore si alleggerirà mai o se imparerà a convivere con le sue ombre e a farsi accettare nella sua complessità.

Il peso di chi vivrà per sempre in bilico tra i “se” e i “ma”, spesso senza mai riuscire a trovare pace e serenità interiore, e che spesso il Paese in cui vive etichetta come “diverso” solo perché percepito come ospite e non parte della società.

“Past Lives” ci lascia a fare i conti con la bellezza, spesso inconsiderata, che risiede nella complessità umana e nella pluralità di storie e di vite che colorano il nostro pianeta rendendolo ogni giorno unico e irripetibile.

Nicoletta Apolito